Tuesday, July 2, 2019

Elezioni in Danimarca: quale partito avrei votato

Qualche settimana fa si sono tenute in Danimarca le elezioni politiche nazionali. Per via di una stortura nelle varie legislazioni europee, i residenti non-danesi non possono votare. E dunque, uno si trova nell'assurda condizione di pagare le tasse nel paese di residenza ma non avere alcun diritto di influenzare il modo in cui queste vengono investite e redistribuite.

Sebbene ci sarebbe molto da dire su questa stortura, figlia di una concezione basata essenzialmente sul primato etnico nazionale invece che su di un principio democratico e di equità, vorrei invece presentare la mia dichiarazione di voto: Se avessi avuto il diritto di poter esprimere la preferenza, per chi avrei votato?

Il sistema partitocratico danese presenta essenzialmente due blocchi, quello rosso e quello blu. Il primo (quello rosso) raggruppa partiti tradizionalmente legati alle varie correnti della sinistra mentre il secondo (quello blu) individua i partiti popolari e conservatori neo-liberisti. Al di fuori di questi due blocchi, si collocano i partiti dell'estrema destra neo-fascista, come il Dansk Folkeparti, equivalente alla Lega italiana, il Nye Borgerlige, un partito anti-EU, e lo xenofobo e anti-islam Stram Kurs.

Il governo uscente del blocco blu presentava una maggioranza zoppa, vale a dire che la coalizione non aveva una maggioranza parlamentare ma si reggeva sul supporto "esterno" del partito neo-fascista Dansk Folkeparti. Nel sistema danese il partito che ottiene la maggioranza dei voti nella coalizione (il blocco) esprime il primo ministro. Tramite accordi con i partiti di minoranza appartenenti alla stessa coalizione di governo, il blocco esprime i vari ministri.

Fin dall'inizio del 2019, sembrava chiaro che il governo uscente non sarebbe riuscito a rinnovare il mandato. In queste circostanze, la leadership del partito di maggioranza relativa del blocco rosso, Socialdemokratiet, avrebbe ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo. Per ragioni sicuramente discutibili ma dirette ad attrarre parte dell'elettorato di destra, Socialdemokratiet aveva iniziato da tempo una trasformazione dei propri principi fondatori, arrivando persino ad avere posizioni molto critiche sull'immigrazione — posizioni simili a quelle del partito neo-fascista Dansk Folkeparti, pertanto inaccettabili da chiunque abbia un minimo di umanità. Il problema, dunque, per un elettore di sinistra diventava quello di trovare il modo di limitare la deriva di un governo diretto da Socialdemokatiet. Le opzioni che si presentavano erano sostanzialmente due: la sinistra radicale, Radikale Venstre, e i socialisti/verdi di Socialistisk Folkeparti.

Come ci si può immaginare, una volta escluso il partito di maggioranza, la scelta sarebbe dovuta essere quella di un partito capace di limitare la deriva destrorsa e spingere su posizioni di una sinistra progressista moderna. Queste si configurano nei principi di equità, solidarietà, sussidiarietà, sostenibilità e internazionalismo. Tra i partiti del blocco, solo Socialistisk Folkeparti sembra rispettare la maggioranza di questi principi.

Thursday, May 9, 2019

Un reddito di esclusione

A più riprese si sente parlare del reddito di cittadinanza come di una misura tipica di una politica di sinistra. In generale, penso che questo sia corretto, nel senso che una misura che distribuisce delle risorse a tappeto ad una fascia della popolazione indicata come bisognosa, può senz’altro candidarsi ad essere definita una una misura sociale e di sinistra. Questo, bisogna sottolineare, ammesso che i criteri per definire i beneficiari siano ben specificati, equi e ispirati a valori delle pari opportunità.*

Tuttavia, quello che ci si dimentica spesso di ricordare è che le misure sociali non sono esclusivo appannaggio della sinistra. Infatti, esse sono state presenti anche durante i regimi totalitari di destra, nel senso che, per esempio, sia il nazismo tedesco che il fascismo italiano si sono storicamente definiti come nazionalsocialisti. Questo ha comportato che vi fossero delle misure introdotte durante il ventennio e rivolte, per esempio, a sostegno delle famiglie prolifiche o alle famiglie degli operai. In realtà, molti hanno indicato come le politiche sociali del fascismo fossero orientate alla gestione del consenso più che ad alleviare eventuali disequilibri. Infatti, alcuni notano che spesso si trattava di misure attuate con alta discrezionalità (dunque non eque) sulla popolazione.

Il punto che sto cercando di portare avanti in questo breve post è quello di sostenere che i criteri di selezione della fascia di popolazione alla quale la misura si riferisce determina la valutazione sulla pertinenza politica della manovra. A questo proposito, sembra che l'attuale reddito di cittadinanza così come introdotto dal governo Lega-Cinque Stelle non venga distribuito a tutti coloro i quali rispettino determinate caratteristiche, dunque secondo un criterio di status civile. Al contrario, pare che i non italiani (chiamati immigrati dal governo, per sottolineare che si tratta di persone "diverse") siano esclusi a priori, nonostante abbiano uno status tale da poter chiaramente rientrare nei criteri di selezione.

Questo elemento definisce il reddito di cittadinanza come un reddito di esclusione perché viene utilizzato fondamentalmente per distinguere i bisognosi italiani dai bisognosi "stranieri". È un modo per incrementare la discriminazione piuttosto che per ridurla. Di fatto, il reddito di cittadinanza rientra nella fattispecie della misura sociale nazionale, laddove l’aggiunta di questa specificazione — di questa qualifica — lo fa rientrare nella categoria delle misure di sostegno sociale di destra (nemmeno tanto moderna).

Affinché la stessa misura sia catalogabile come "di sinistra" o, se si preferisce, come "socialista", occorre che lo status del residente sia considerato come criterio primario, con indifferenza rispetto all'afferenza o meno ad uno Stato nazione come l’Italia. Un esempio di un criterio simile può essere il caso del sussidio allo studio elargito dallo Stato danese a tutti gli studenti in Danimarca, a prescindere dalla loro provenienza.

Dunque, alla domanda se il Movimento 5 Stelle sia un movimento di sinistra o meno io non saprei cosa rispondere, ma alla domanda se il reddito di cittadinanza sia una politica di sinistra, sarei portato a rispondere negativamente e dire che è uno strumento per imporre una discriminazione tipica della più bieca destra nazionalista. I socialisti dovrebbero indignarsi!


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* Intendo, in questo caso, fare riferimento alle einaudiane parità delle condizioni di partenza.

Friday, May 27, 2016

La mia destra è meno destra della tua


L'altro giorno mi sono imbattuto in questa immagine. Apparentemente il partito di estrema destra danese (DF, Dansk Folkepartis) ha tappezzato la città con manifesti simili a questo. La scritta recita "La nostra Danimarca – abbiamo così tanto che dobbiamo stare attenti" (o qualcosa del genere).

I danesi sottovalutano il DF e pensano che sia meno fascista degli altri partiti di estrema destra che circolano in Europa al momento. All'inizio ho pensato fosse una tendenza danese; le persone sono, in media, molto cortesi e pensare a DF come qualcosa di "meno estremo" di quello che è in realtà fosse un modo per essere cortesi verso di loro. Come quando un collega ti fa un torto e tu non glielo fai notare per quieto vivere. In verità, lo stesso fenomeno è presente anche in Italia o in Gran Bretagna. Anche gli italiani — in specie quelli del Nord — hanno sempre sottovalutato la Lega e pensato fosse "meno estrema" di partiti simili in Austria o Francia. Idem per gli inglesi che considerano UKIP (il partito indipendentista) un fenomeno tutto sommato accettabile, nonostante i toni apertamente razzisti à la Lega.

Penso sia il caso che i danesi si sveglino dal torpore: DF è un partito di estrema destra. Quel che colpisce del manifesto non è la scritta per se, con il messaggio diretto agli immigrati. La fotografia è particolarmente indicativa del target del loro elettorato, cioè 'working class,' e 'average low-income family'. Per chiunque abbia passeggiato per Copenhagen o per la maggior parte delle periferie e cittadine danesi, il messaggio è particolarmente divisivo perché la varietà di etnie e culture è davvero evidente. Ma questo è il gioco, e cioè creare un senso di esclusività e di possesso unito alla potenziale sensazione di deprivazione di questi possedimenti esclusivi. È come se il manifesto parlasse: "Attenzione, la 'danesità' è a rischio! 'Noi' (le famiglie come quella nella foto) siamo assediati e dobbiamo difenderci!"
Come molti cercano di indicare, da un lato, non pare ci siano particolari problemi di convivenza tra le diverse etnie e culture presenti in Danimarca. Dall'altro lato, il paese — come molti altri in Europa — dipende dall'immigrazione per garantire funzionamento all'economia e agli equilibri sociali (per esempio le pensioni). Questo è accentuato in Danimarca per via del fatto che il paese è piccolo e abbisogna di un numero adeguato di lavoratori che paghino il loro 40%-60% di tasse. E questi sono argomenti che fanno appello alla logica e all'utilitarismo. Il problema vero è che il messaggio è insensato da una prospettiva più fondamentale, quella dei diritti. Infatti, il manifesto è apertamente razzista al punto che persino il cane è stato scelto di un colore adeguato ad un paese scandinavo! È tollerabile un partito con proclami apertamente razzisti nell'Europa del XXI Secolo?

Scrivo della Danimarca ma, in realtà, ho in mente quanto accade in tutta Europa. Abbiamo appena scampato il rischio che un pericoloso fascista fosse eletto come presidente austriaco. Non mi piace lanciare degli ammonimenti ma il referendum britannico sull'Unione Europea rischia di gettare l'intero continente in una seconda crisi. E questa volta la situazione potrebbe essere drammatica, al punto da provocare una rinascita del 'fascismo governativo' (intendo che potremmo avere governi di estrema estrema in paesi europei con un certo peso economico e politico). I partiti di estrema destra non sono da sottovalutare perché hanno un'attrattiva sui ceti sociali più deboli. Caratterizzare certi partiti — ad esempio DF — come 'non proprio fascisti' determina nei cittadini la convinzione che, tutto sommato, le loro posizioni sono legittimamente accettabili. E questo sta già accadendo in tutto il Continente. Dobbiamo davvero aspettare che il razzismo e la chiusura geografico-economica diventi legge dello Stato per iniziare a preoccuparci?

Fine.


P.S. Uso 'fascista' come sinonimo di 'estrema destra' anche perché, in Europa, non mi pare ci siano le circostanze per differenziazioni di sorta. Inoltre, il 'fascismo' o l'essere 'fascista' non significa aver vissuto il ventennio italiano ma sposare una particolare ispirazione per l'organizzazione dello Stato e della vita sociale in genere. Penso sia l'ora di gettare qualunque sorta di 'purismo' pseudo-intellettuale e chiamare le cose per quel che sono.

Friday, March 8, 2013

Alza la testa!

Ritorno su questo blog dopo un lungo periodo di 'astinenza' per un commento breve su di un video che ho visto su YouTube. Si tratta di un… documentario, reportage, interviste sparse e varie? Non so davvero come definire questo video. Il video è girato intorno ad un giornalista – penso sia un giornalista anche se lui si definisce un cittadino italiano – Piero Ricca, che rincorre uomini politici, giornalisti e proclama le sue verità nelle piazze italiane. Il titolo del documento filmato è 'Alza la testa!'


Ora, se di giornalismo si tratta, a me pare sia un giornalismo urlato, gridato, proclamato. L'interesse del cittadino Ricca pare sia quello di sputare delle verità (presunte o reali) in faccia ai malcapitati di turno. Non si tratta di instaurare un contraddittorio o di ottenere dei commenti o delle risposte che, tutto sommato, paiono secondari rispetto ai vari proclami. Ad essere sincero, molti dei punti toccati sono assolutamente sacrosanti. È tutto il contorno che, francamente, non lo è.
Inoltre, con estremo rammarico devo ammettere che un effetto collaterale e grottesco di questo video è che, per la prima volta, il giornalista Mediaset Paolo Liguori sembra quasi abbia delle esternazioni che paiono sensate... assurdo! Est modus in rebus? Forse sì…

Una nota a margine. Presentarsi come 'cittadino italiano' include qualunque altra professione o caratterizzazione personale. Chiaramente, il riferimento rimanda al fatto che le questioni poste siano quelle di interesse generale (cioè di tutti i cittadini). Ma questo non è forse un poco pretenzioso? Sicuramente ci sono dei cittadini che si riconoscono in queste domande e nei proclami di Piero Ricca. Tuttavia, ci sono anche altri cittadini – nel bene e nel male, una maggioranza dei cittadini italiani come le recenti elezioni dimostrano – che potrebbero non condividere lo stile, le grida, le domande.

Io non sono interessato a partecipare in questa 'guerra di Piero', sono sempre stato un pacifista. Oppure, e visto che vivo all'estero, sono forse solo un vigliacco. Ma non ho alcuna verità facile in tasca. Ho solo dubbi, come sempre.

Tuesday, April 10, 2012

La spinelliana linea del progresso

L'altro giorno un amico mi ha fatto avere il video che riproduco qua sotto. Si tratta di Altiero Spinelli in una intervista del 1985.

Il video è davvero emozionante, soprattutto per chi abbia conosciuto Spinelli attraverso i suoi scritti. Questo filmato in particolare poi, non lo avevo mai visto prima. In un passaggio, Spinelli cita uno dei messaggi fondamentali del Manifesto di Ventotene (1941). Questo passo, peraltro molto usato dai federalisti europei, recita:
"la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale"
Il testo è disponibile online http://www.altierospinelli.org/manifesto/it/manifesto1943it_it.html per chi ne volesse prendere visione (beh, rinfrescare la memoria, a giudicare da chi legge il blog!). Come mai sto scrivendo su questo intervento di Spinelli? Perché, immagino, non sono sicuro che la "linea di divisione", così come presentata nel manifesto e nell'intervista sia ancora attuale.

Non è forse ormai quasi banale vedere che, in tutta Europa, i progressisti ritengono una unione europea quale componente fondamentale e positiva della vita politica contemporanea? E non è altrettanto chiaro che i conservatori invece sono sempre loro, i nazionalisti, e gli ultra-nazionalisti? Tuttavia, a me sembra che nella politica europea contemporanea non ci sia solo questo. Forse c'è una questione preliminare da chiarire. E cioè, esiste un ideale di unione europea, da un lato, ed esiste la Unione Europea, dall'altro. Intendo dire che l'ideale di una Europa unita potrebbe essere diverso dall'attuale Unione, così come la conosciamo. Anche questa è una banalità ma si risolve in una complicazione di quanto affermava Spinelli. Intendo dire che è possibile essere "progressisti" e in favore di una unificazione europea ma, nello stesso tempo, essere contrari all'Unione Europea così come la conosciamo. E questo cosa sarebbe? È forse reazione mascherata da progressismo oppure idealismo allo stato puro? La "linea" di Spinelli passa per l'attuale UE oppure può esistere a prescindere?

Ho delle idee in proposito e magari scrivo un secondo post sull'argomento. Il messaggio che tenevo a sottolineare è che se uno degli assiomi fondamentali del federalismo europeo (forza motrice dell'integrazione) viene messo in discussione e necessita una ridefinizione, davvero a me pare che il "federalismo" militante come lo abbiamo conosciuto sia morto.  Ammesso che sia utile farlo, per resuscitarlo occorre uno sforzo che non dipende esclusivamente dai singoli e necessita l'abbandono di gran parte della ideologia del passato (inclusa la parola stessa di "militante" e la forma organizzativa e di lotta politica).

Wednesday, October 19, 2011

Una nota sugli scontri

Il 18 ottobre 2011 a Roma si è tenuta una imponente manifestazione featuring l’indignazione della popolazione per la crisi italiana e globale. Il corteo è balzato agli onori (si fa per dire) della cronaca per via delle devastazioni di cosiddetti “black bloc,” ossia individui incappucciati che bruciano, spaccano, distruggono la città.

Come volevasi dimostrare, gli organi di stampa di proprietà del (o comunque vicini al) governo hanno colto la palla al balzo e accusato l’opposizione, proposto generalizzazioni pressappochiste, sputato sentenze e dato fiato ai soliti pregiudizi su chi scende in piazza a manifestare le proprie idee. Anche il governo (o quel che ne rimane) ha dato prova di se. Mr Maroni si è affrettato a dichiarare quanto sta nei sogni proibiti di ogni estremista di destra: è ora di leggi “speciali.” Già già, speciali. Non sono leggi normali quelle che limitano la libertà di espressione della cittadinanza. Devono essere straordinarie, eccezionali, o semplicemente “speciali.” Ma, prima di ritornare alla decisione di Mr Maroni, avanzo un paio di considerazioni sui criminali mascherati.

Come appare evidente dalle immagini diffuse sul web, gli individui mascherati sono una sparuta minoranza di quelli scesi in piazza il 18 ottobre. Ciononostante sono stati capaci di creare scompiglio e rovinare una giornata di pacifica protesta. Come è stato possibile? In primo luogo, e affermo l’ovvio, penso che non si tratti di un gruppo disorganizzato di persone che hanno deciso una volta arrivati a Roma di iniziare il “saccheggio.” Forse qualcuno ha pensato bene di aggiungersi una volta iniziato. Ma per portare quel tipo di distruzione, sapendo dove andare, come assediare la polizia e come nascondersi tra la folla, immagino che sia necessario un minimo di coordinamento. Dunque, la prima domanda (forse semplice) è: a quale organizzazione o associazione fanno capo questi individui?

La seconda osservazione riguarda le forze dell’ordine. Ancora dalle immagini diffuse in rete risulta chiaro che gli individui responsabili della distruzione erano facilmente riconoscibili perché per lo più vestiti di nero, con il volto coperto da passamontagna o dal casco e spesso brandivano qualcosa (una spranga, un estintore, altro). Immagino che gli agenti di polizia e i carabinieri siano addestrati per far fronte ad episodi di guerriglia urbana. Altrimenti non si capisce cosa ci stiano a fare. Comunque, se non i singoli agenti, immagino un comandante dell’esercito o della polizia che sia “esperto” in servizio d’ordine di manifestazioni imponenti, guerriglia urbana, lotta per le strade o altri simili (e tristi) eventualità. Seconda domanda: come può accadere che, quando i facinorosi sono circoscritti e ben riconoscibili, le forze dell’ordine non siano in grado di intervenire?

Che un corteo pacifico possa degenerare è una eventualità che dovrebbe sempre essere considerata da chi è esperto di ordine pubblico. La composizione dei manifestanti studiata, i percorsi analizzati, alcuni agenti infiltrati e i presidi distribuiti con criterio (non random, come pare sia accaduto). Terza batteria di domande: Ma davvero pensiamo che le forze dell’ordine dello Stato italiano non abbiano queste competenze? Davvero si pensa che siamo nelle mani di sprovveduti? E se così, cosa si aspetta a rovesciare l’ordine dello Stato, magari instaurando una democrazia vera e propria?

Due i casi: (1) lo Stato italiano ha un corpo di polizia totalmente sprovvisto della professionalità minima e necessaria per mantenere l’ordine pubblico oppure (2) i criminali mascherati sono stati lasciati liberi di agire di proposito (forse erano loro gli “infiltrati”).

Per tornare a Mr Maroni, i dubbi espressi sopra derivano dalle dichiarazioni lette sui giornali. Di fronte al fallimento (se tale è stato), una persona seria e responsabile (e mi pare che il Ministro dell’Interno sia responsabile, tra le altre cose, dell’ordine pubblico!) si esprime con un mea culpa e dichiara che occorrerebbe studiare meglio e di più le modalità di intervento per garantire il costituzionale diritto dei cittadini di protestare pacificamente. Invece, la geniale pensata è quella di presentare delle leggi “speciali.” Dunque, per curare un cancro sarebbe lecito e giusto fare fuori la persona, no? Il ragionamento non fa una grinza. 

Il problema italiano si sta espandendo a macchia d’olio. Criminali mascherati e quelli non mascherati hanno iniziato ad agire di concerto.

Monday, October 3, 2011

Come liberarsi degli altri

L’altra sera ho visto il film del regista danese Anders Rønnow Klarlund, dal titolo Hvordan vi slipper af med de andre (trad. “come liberarsi degli altri”). Ambientato in una Danimarca contemporanea (o dell’imminente futuro), il film racconta la storia della soluzione adottata dal parlamento danese per fare fronte alla crisi del welfare state. Le statistiche nazionali mostrano che il 20% della popolazione usufruisce del 60% dei programmi di assistenza. In periodi di crisi economica, questo può rivelarsi un grave problema, come abbiamo tutti imparato a riconoscere. La soluzione? Creare dei campi di concentramento per eliminare tutti coloro i quali abbiano vissuto alle spalle della società (nel film si tratta di alcolisti, falliti, disabili, etc.).

C’è una strana sensazione di incredulità che prende durante la visione, nonostante il film sia girato con poche iperboli grottesche. Man mano che seguivo le vicende dei personaggi principali, nella mia mente si faceva sempre più chiara una analogia. Cosa sconvolge quando si pensa all’adozione di una “soluzione” così drammatica e drastica? Beh, si potrebbe dire, molte cose. In primo luogo, la mancanza assoluta di rispetto per la vita umana. In secondo luogo la sofferenza delle persone, la brutalità dei mezzi, lo stato di polizia, e altri simili aspetti fondamentali. Ma non è tutto qua. Questi, è vero, sono aspetti fondamentali ma probabilmente lontani dalla realtà per molti Stati occidentali. E, paradossalmente, il film presenta una idea che potrebbe praticamente essere adottata. Il paradosso consiste appunto nell’immaginare quali sarebbero le conseguenze, sul piano internazionale soprattutto, per uno stato europeo che introducesse campi di sterminio come parte della politica di “risanamento” dei conti pubblici. Uno dei punti di forza del film è appunto questa sottile oscillazione tra realismo e paradosso. Sebbene interessante, questa non è l’analogia di cui ho scritto sopra.

Ciò che mi ha colpito è invece il parallelo i partiti estremisti (e.g., Lega Nord). Se ci si pensa, la “soluzione” non è affatto tale. Al contrario, il problema delle risorse da distribuire in uno Stato costituisce uno dei problemi principali, soprattutto per garantire il futuro e l’agio delle generazioni future. La “soluzione” è un rifiuto di affrontare il problema e, come tale, non risolve nulla. Semplicemente aiuta ad evitare di pensarci. In parallelo, quale è la soluzione proposta da partiti europei come la Lega Nord di fronte alla distribuzione delle risorse in Italia? Secessione. Ecco l’analogia. Quando non si hanno idee o strumenti intellettuali di altro genere per affrontare i problemi, la “soluzione” è amputare, tagliare, condannare, dimenticare o, per usare le parole del film, liberarsi degli altri.

Ci sono mille ragioni per condannare le politiche leghiste ma a me pare che questa analogia aiuti a mettere in evidenza (a) la pochezza intellettuale dei promotori, (b) l’illusorietà di talune “soluzioni” e (c) la pericolosità di modi e mezzi.

Speriamo che la realtà italiana non superi il grottesco e il paradosso di questo film surreale.