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Tuesday, April 10, 2012

La spinelliana linea del progresso

L'altro giorno un amico mi ha fatto avere il video che riproduco qua sotto. Si tratta di Altiero Spinelli in una intervista del 1985.

Il video è davvero emozionante, soprattutto per chi abbia conosciuto Spinelli attraverso i suoi scritti. Questo filmato in particolare poi, non lo avevo mai visto prima. In un passaggio, Spinelli cita uno dei messaggi fondamentali del Manifesto di Ventotene (1941). Questo passo, peraltro molto usato dai federalisti europei, recita:
"la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale"
Il testo è disponibile online http://www.altierospinelli.org/manifesto/it/manifesto1943it_it.html per chi ne volesse prendere visione (beh, rinfrescare la memoria, a giudicare da chi legge il blog!). Come mai sto scrivendo su questo intervento di Spinelli? Perché, immagino, non sono sicuro che la "linea di divisione", così come presentata nel manifesto e nell'intervista sia ancora attuale.

Non è forse ormai quasi banale vedere che, in tutta Europa, i progressisti ritengono una unione europea quale componente fondamentale e positiva della vita politica contemporanea? E non è altrettanto chiaro che i conservatori invece sono sempre loro, i nazionalisti, e gli ultra-nazionalisti? Tuttavia, a me sembra che nella politica europea contemporanea non ci sia solo questo. Forse c'è una questione preliminare da chiarire. E cioè, esiste un ideale di unione europea, da un lato, ed esiste la Unione Europea, dall'altro. Intendo dire che l'ideale di una Europa unita potrebbe essere diverso dall'attuale Unione, così come la conosciamo. Anche questa è una banalità ma si risolve in una complicazione di quanto affermava Spinelli. Intendo dire che è possibile essere "progressisti" e in favore di una unificazione europea ma, nello stesso tempo, essere contrari all'Unione Europea così come la conosciamo. E questo cosa sarebbe? È forse reazione mascherata da progressismo oppure idealismo allo stato puro? La "linea" di Spinelli passa per l'attuale UE oppure può esistere a prescindere?

Ho delle idee in proposito e magari scrivo un secondo post sull'argomento. Il messaggio che tenevo a sottolineare è che se uno degli assiomi fondamentali del federalismo europeo (forza motrice dell'integrazione) viene messo in discussione e necessita una ridefinizione, davvero a me pare che il "federalismo" militante come lo abbiamo conosciuto sia morto.  Ammesso che sia utile farlo, per resuscitarlo occorre uno sforzo che non dipende esclusivamente dai singoli e necessita l'abbandono di gran parte della ideologia del passato (inclusa la parola stessa di "militante" e la forma organizzativa e di lotta politica).

Wednesday, September 28, 2011

Crisi? Crisi!

Quante volte abbiamo letto che la moneta unica europea non ce la può fare, che l’euro cadrà sotto i colpi della speculazione internazionale, che il progetto è partito con uno o parecchi vizi di fondo. E ancora leggiamo che alcuni esperti di economia e finanza internazionale---molti sono da sempre euro-scettici---condannano le scelte della Germania e dell’area-euro di sostenere le economie in crisi (Grecia in primis). Forse chi scrive in questi termini ha ragione e tuttavia un semplice sguardo prospettico potrebbe suggerire altrimenti. Facciamo un passo per volta.

È banale ricordare, anche se in troppi sembrano essersene dimenticati, che la moneta unica non è altro che l’ultima tappa di un processo iniziato nel 1951, con la fondazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Quali erano gli obiettivi del processo di unificazione europea? Il preambolo del trattato CECA, e di quello che istituisce la Comunità Economica Europa (CEE), risponde alla domanda in almeno due modi: (1) evitare che si scateni un’altra guerra nel continente attraverso (2) l’integrazione di parti sempre più rilevanti della struttura socio-economia dei paesi membri (allora solo 6), per arrivare gradualmente (ma inevitabilmente) ad una vera e propria unione politica. L’euro si inserisce in questa prospettiva. Non è altro che una delle ultime tappe del lungo processo di integrazione che, si auspica, porterà ad una unione sempre più stretta tra i paesi e i popoli del continente.

Dunque l’euro non è un evento separato da tutto quanto lo ha generato e dalle prospettive/problematiche che si sperava aprisse. Una di queste prospettive/problematiche era appunto quella di mettere politica, economia e società davanti ad una evidenza: le economie dei paesi europei necessitano di un governo. Le relazioni economico-finanziarie tra i paesi europei sono ormai così strette che non sembra più possibile andare avanti senza un governo dell’area-euro. In sintesi, la crisi può essere efficacemente fronteggiata non solo costringendo gli Stati nazionali a politiche economiche di rigore e crescita ma con delle azioni uniformi a livello europeo. E queste azioni sono azioni di governo: politiche economiche, sociali e fiscali europee. 

Come sempre in questi casi, vi sono diversi modi per raggiungere l’obiettivo. E gli estremi sono sempre quelli: (a) procedere in modo graduale alla cessione di sovranità nazionale, e (b) creare un governo europeo a capo di uno Stato europeo. 

La crisi è crisi dell’euro e dell’Unione Europea così come la conosciamo. Se accettiamo la prospettiva offerta, potremmo riconoscere che la crisi sia, almeno in parte, dovuta al fatto che negli ultimi 20 anni circa (e precisamente dal Trattato di Maastricht, 1992), il processo di unificazione abbia subito un netto rallentamento, seguito ai primi 40 anni di crescita. La soluzione, qualunque essa sia, dovrà partire da un rilancio del processo di integrazione europea.

A mio modo di vedere, quanto ho scritto sono semplici banalità. È ovvio pensare all’euro non solo come moneta ma come simbolo del moderno tentativo degli Stati europei di superare insieme le difficoltà economiche e politiche che, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno dovuto affrontare. Non si tratta solamente di “economia” o “finanza.” Certamente questa dimensione esiste ed è molto importante. Tuttavia, più importante di questa è la dimensione politica e di significato: la moneta unica è una delle tappe che, si spera, porterà ad una più stretta unione tra i popoli e gli Stati europei. E questo necessita di una più stretta integrazione politica, di un governo europeo.

Ecco perché i commenti strettamente basati su soluzioni economico-finanziarie portano necessariamente a giudizi negativi sull’area-euro e sulle prospettive dell’Europa: perché non colgono l’aspetto fondamentale, quello politico del processo di unificazione. E non considerare l’aspetto politico e di prospettiva significa sottovalutare il problema, non comprendere l’essenza di ciò che l’euro rappresenta per il continente: il futuro.

Un’ultima osservazione. Ho notato che molti dei commenti negativi sull’euro e sulle prospettive della crisi per l’Unione Europea arrivano da economisti “Made in USA” o “Made in UK.” Strano, non trovate? Chissà che non stiano esprimendo in qualche misura del wishful thinking

Wednesday, April 6, 2011

Una breve nota su Spinelli

Pochi, forse pochissimi italiani hanno sentito nominare Altiero Spinelli. Eppure, si tratta di uno dei politici più originali e influenti per quanto riguarda la battaglia per l’Europa unita. Sua l’idea, nel lontano 1941 insieme ad Ernesto Rossi, che una associazione di Stati—una federazione scriveva nel Manifesto scritto a Ventotene, dove scontava il confino per reati di opinione politica—avrebbe potuto porre fine alla guerra in Europa. Sua l’idea che la cessione di parte della sovranità degli Stati nazionali avrebbe portato alla creazione di una nuova statalità europea. E ancora, sua l’idea di avere un voto popolare per le elezioni del parlamento europeo, sua quella della moneta unica. Insomma, per chi non l’avesse mai sentito nominare, si tratta di uno degli attori fondamentali che hanno contribuito a creare il quadro di riferimento di ciò che l’Unione europea è al giorno d’oggi.
La bibliografia su Spinelli è piuttosto ampia. Essendo uno dei fondatori del Movimento Federalista Europeo (MFE), molti intellettuali e studiosi hanno dedicato numerosi lavori sul nostro. In particolare, esiste un libro pubblicato da Il Mulino, Altiero Spinelli. Machiavelli nel XX Secolo, edito da Piero Graglia, che raccoglie molti scritti di Spinelli sul federalismo europeo. La tesi che il libro sostiene, ampiamente condivisa da quelli che hanno conosciuto Spinelli e lavorato con lui all’obiettivo dell’unificazione europea, è che il nostro sia stato il migliore interprete moderno di Machiavelli. Ci sono due dimensioni in questo. La prima è quella, attuata innumerevoli volte dai militanti (che parola!) del movimento federalista, di essere “consigliere del principe”. Il ruolo che Spinelli vedeva per se e per la propria creatura organizzativa (il MFE), era quello di indicare la via ai governanti, di spiegare al potente di turno quali fossero i vantaggi della unificazione europea e quali i rischi di una mancata attuazione. Fin qua, il ruolo ritagliato dal nostro e dal movimento sembra piuttosto neutro. Infatti, potrebbe essere quello (e spesso lo è stato) di una guida intellettuale e critica, di una prospettiva originale e nuova sulla politica estera degli Stati nazionali.
La seconda dimensione è più problematica perché solleva delle questioni morali. Come è noto, il lavoro di Machiavelli non pone il problema morale al centro delle scelte. In estrema sintesi e correndo il rischio di banalizzare, una volta stabilito che l’obiettivo è auspicabile e degno, nonché vantaggioso, qualunque mezzo consenta di raggiungerlo diventa lecito. Questo il significato della celebre massima “il fine giustifica i mezzi”. In chiave spinelliana, le alleanze si portano avanti con tutti, a prescindere dalla loro estrazione, purché si condivida l’obiettivo della unificazione federale dell’Europa. E tuttavia, sotto il profilo morale, questo non sembra essere sostenibile. Per quale ragione? Facciamo un esempio.
L’assunto è che la federazione europea non si sia ancora realizzata. Immaginiamo che in uno dei principali paesi europei si sia insediato un governo di destra, le cui manovre politiche sono fatte a dispregio di istituzioni e democrazia. Immaginiamo inoltre che alcuni ministeri chiave di questo governo siano affidati ad esponenti di una destra razzista, xenofoba, separatista e belligerante, che molto ha in comune con le radici di quel fascismo che teneva Spinelli al confino. Ora, ammesso che questo signori abbiano intenzione di ascoltare e ammesso che non sia una perdita di tempo fare i consiglieri di questi “principi,” il problema è il seguente: è lecito avere a che fare con i razzisti? Detto altrimenti, è moralmente accettabile condonare o sopportare il razzismo se questo ci porta all’obiettivo finale? Si può scendere a patti con chi fa della discriminazione e dell’intolleranza la regola della propria esistenza politica?
A mio parere questo non è possibile o, se volete, non è accettabile in quanto snaturerebbe la decenza e la bontà dell’obiettivo finale, per quanto giusto. La tesi secondo cui vi sarebbe un “greater good” (un bene superiore) per il quale ogni sacrificio è valido, ha ancora da essere dimostrata. Soprattutto con riferimento alla unità europea.
In sintesi, accetto la prima dimensione del Spinelli Machiavelli ma rifiuto la seconda e mi chiedo e vi chiedo se non sia arrivato il momento per una seria autocritica del federalismo cosiddetto “militante.”