Wednesday, October 19, 2011

Una nota sugli scontri

Il 18 ottobre 2011 a Roma si è tenuta una imponente manifestazione featuring l’indignazione della popolazione per la crisi italiana e globale. Il corteo è balzato agli onori (si fa per dire) della cronaca per via delle devastazioni di cosiddetti “black bloc,” ossia individui incappucciati che bruciano, spaccano, distruggono la città.

Come volevasi dimostrare, gli organi di stampa di proprietà del (o comunque vicini al) governo hanno colto la palla al balzo e accusato l’opposizione, proposto generalizzazioni pressappochiste, sputato sentenze e dato fiato ai soliti pregiudizi su chi scende in piazza a manifestare le proprie idee. Anche il governo (o quel che ne rimane) ha dato prova di se. Mr Maroni si è affrettato a dichiarare quanto sta nei sogni proibiti di ogni estremista di destra: è ora di leggi “speciali.” Già già, speciali. Non sono leggi normali quelle che limitano la libertà di espressione della cittadinanza. Devono essere straordinarie, eccezionali, o semplicemente “speciali.” Ma, prima di ritornare alla decisione di Mr Maroni, avanzo un paio di considerazioni sui criminali mascherati.

Come appare evidente dalle immagini diffuse sul web, gli individui mascherati sono una sparuta minoranza di quelli scesi in piazza il 18 ottobre. Ciononostante sono stati capaci di creare scompiglio e rovinare una giornata di pacifica protesta. Come è stato possibile? In primo luogo, e affermo l’ovvio, penso che non si tratti di un gruppo disorganizzato di persone che hanno deciso una volta arrivati a Roma di iniziare il “saccheggio.” Forse qualcuno ha pensato bene di aggiungersi una volta iniziato. Ma per portare quel tipo di distruzione, sapendo dove andare, come assediare la polizia e come nascondersi tra la folla, immagino che sia necessario un minimo di coordinamento. Dunque, la prima domanda (forse semplice) è: a quale organizzazione o associazione fanno capo questi individui?

La seconda osservazione riguarda le forze dell’ordine. Ancora dalle immagini diffuse in rete risulta chiaro che gli individui responsabili della distruzione erano facilmente riconoscibili perché per lo più vestiti di nero, con il volto coperto da passamontagna o dal casco e spesso brandivano qualcosa (una spranga, un estintore, altro). Immagino che gli agenti di polizia e i carabinieri siano addestrati per far fronte ad episodi di guerriglia urbana. Altrimenti non si capisce cosa ci stiano a fare. Comunque, se non i singoli agenti, immagino un comandante dell’esercito o della polizia che sia “esperto” in servizio d’ordine di manifestazioni imponenti, guerriglia urbana, lotta per le strade o altri simili (e tristi) eventualità. Seconda domanda: come può accadere che, quando i facinorosi sono circoscritti e ben riconoscibili, le forze dell’ordine non siano in grado di intervenire?

Che un corteo pacifico possa degenerare è una eventualità che dovrebbe sempre essere considerata da chi è esperto di ordine pubblico. La composizione dei manifestanti studiata, i percorsi analizzati, alcuni agenti infiltrati e i presidi distribuiti con criterio (non random, come pare sia accaduto). Terza batteria di domande: Ma davvero pensiamo che le forze dell’ordine dello Stato italiano non abbiano queste competenze? Davvero si pensa che siamo nelle mani di sprovveduti? E se così, cosa si aspetta a rovesciare l’ordine dello Stato, magari instaurando una democrazia vera e propria?

Due i casi: (1) lo Stato italiano ha un corpo di polizia totalmente sprovvisto della professionalità minima e necessaria per mantenere l’ordine pubblico oppure (2) i criminali mascherati sono stati lasciati liberi di agire di proposito (forse erano loro gli “infiltrati”).

Per tornare a Mr Maroni, i dubbi espressi sopra derivano dalle dichiarazioni lette sui giornali. Di fronte al fallimento (se tale è stato), una persona seria e responsabile (e mi pare che il Ministro dell’Interno sia responsabile, tra le altre cose, dell’ordine pubblico!) si esprime con un mea culpa e dichiara che occorrerebbe studiare meglio e di più le modalità di intervento per garantire il costituzionale diritto dei cittadini di protestare pacificamente. Invece, la geniale pensata è quella di presentare delle leggi “speciali.” Dunque, per curare un cancro sarebbe lecito e giusto fare fuori la persona, no? Il ragionamento non fa una grinza. 

Il problema italiano si sta espandendo a macchia d’olio. Criminali mascherati e quelli non mascherati hanno iniziato ad agire di concerto.

Monday, October 3, 2011

Come liberarsi degli altri

L’altra sera ho visto il film del regista danese Anders Rønnow Klarlund, dal titolo Hvordan vi slipper af med de andre (trad. “come liberarsi degli altri”). Ambientato in una Danimarca contemporanea (o dell’imminente futuro), il film racconta la storia della soluzione adottata dal parlamento danese per fare fronte alla crisi del welfare state. Le statistiche nazionali mostrano che il 20% della popolazione usufruisce del 60% dei programmi di assistenza. In periodi di crisi economica, questo può rivelarsi un grave problema, come abbiamo tutti imparato a riconoscere. La soluzione? Creare dei campi di concentramento per eliminare tutti coloro i quali abbiano vissuto alle spalle della società (nel film si tratta di alcolisti, falliti, disabili, etc.).

C’è una strana sensazione di incredulità che prende durante la visione, nonostante il film sia girato con poche iperboli grottesche. Man mano che seguivo le vicende dei personaggi principali, nella mia mente si faceva sempre più chiara una analogia. Cosa sconvolge quando si pensa all’adozione di una “soluzione” così drammatica e drastica? Beh, si potrebbe dire, molte cose. In primo luogo, la mancanza assoluta di rispetto per la vita umana. In secondo luogo la sofferenza delle persone, la brutalità dei mezzi, lo stato di polizia, e altri simili aspetti fondamentali. Ma non è tutto qua. Questi, è vero, sono aspetti fondamentali ma probabilmente lontani dalla realtà per molti Stati occidentali. E, paradossalmente, il film presenta una idea che potrebbe praticamente essere adottata. Il paradosso consiste appunto nell’immaginare quali sarebbero le conseguenze, sul piano internazionale soprattutto, per uno stato europeo che introducesse campi di sterminio come parte della politica di “risanamento” dei conti pubblici. Uno dei punti di forza del film è appunto questa sottile oscillazione tra realismo e paradosso. Sebbene interessante, questa non è l’analogia di cui ho scritto sopra.

Ciò che mi ha colpito è invece il parallelo i partiti estremisti (e.g., Lega Nord). Se ci si pensa, la “soluzione” non è affatto tale. Al contrario, il problema delle risorse da distribuire in uno Stato costituisce uno dei problemi principali, soprattutto per garantire il futuro e l’agio delle generazioni future. La “soluzione” è un rifiuto di affrontare il problema e, come tale, non risolve nulla. Semplicemente aiuta ad evitare di pensarci. In parallelo, quale è la soluzione proposta da partiti europei come la Lega Nord di fronte alla distribuzione delle risorse in Italia? Secessione. Ecco l’analogia. Quando non si hanno idee o strumenti intellettuali di altro genere per affrontare i problemi, la “soluzione” è amputare, tagliare, condannare, dimenticare o, per usare le parole del film, liberarsi degli altri.

Ci sono mille ragioni per condannare le politiche leghiste ma a me pare che questa analogia aiuti a mettere in evidenza (a) la pochezza intellettuale dei promotori, (b) l’illusorietà di talune “soluzioni” e (c) la pericolosità di modi e mezzi.

Speriamo che la realtà italiana non superi il grottesco e il paradosso di questo film surreale.

Wednesday, September 28, 2011

Crisi? Crisi!

Quante volte abbiamo letto che la moneta unica europea non ce la può fare, che l’euro cadrà sotto i colpi della speculazione internazionale, che il progetto è partito con uno o parecchi vizi di fondo. E ancora leggiamo che alcuni esperti di economia e finanza internazionale---molti sono da sempre euro-scettici---condannano le scelte della Germania e dell’area-euro di sostenere le economie in crisi (Grecia in primis). Forse chi scrive in questi termini ha ragione e tuttavia un semplice sguardo prospettico potrebbe suggerire altrimenti. Facciamo un passo per volta.

È banale ricordare, anche se in troppi sembrano essersene dimenticati, che la moneta unica non è altro che l’ultima tappa di un processo iniziato nel 1951, con la fondazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Quali erano gli obiettivi del processo di unificazione europea? Il preambolo del trattato CECA, e di quello che istituisce la Comunità Economica Europa (CEE), risponde alla domanda in almeno due modi: (1) evitare che si scateni un’altra guerra nel continente attraverso (2) l’integrazione di parti sempre più rilevanti della struttura socio-economia dei paesi membri (allora solo 6), per arrivare gradualmente (ma inevitabilmente) ad una vera e propria unione politica. L’euro si inserisce in questa prospettiva. Non è altro che una delle ultime tappe del lungo processo di integrazione che, si auspica, porterà ad una unione sempre più stretta tra i paesi e i popoli del continente.

Dunque l’euro non è un evento separato da tutto quanto lo ha generato e dalle prospettive/problematiche che si sperava aprisse. Una di queste prospettive/problematiche era appunto quella di mettere politica, economia e società davanti ad una evidenza: le economie dei paesi europei necessitano di un governo. Le relazioni economico-finanziarie tra i paesi europei sono ormai così strette che non sembra più possibile andare avanti senza un governo dell’area-euro. In sintesi, la crisi può essere efficacemente fronteggiata non solo costringendo gli Stati nazionali a politiche economiche di rigore e crescita ma con delle azioni uniformi a livello europeo. E queste azioni sono azioni di governo: politiche economiche, sociali e fiscali europee. 

Come sempre in questi casi, vi sono diversi modi per raggiungere l’obiettivo. E gli estremi sono sempre quelli: (a) procedere in modo graduale alla cessione di sovranità nazionale, e (b) creare un governo europeo a capo di uno Stato europeo. 

La crisi è crisi dell’euro e dell’Unione Europea così come la conosciamo. Se accettiamo la prospettiva offerta, potremmo riconoscere che la crisi sia, almeno in parte, dovuta al fatto che negli ultimi 20 anni circa (e precisamente dal Trattato di Maastricht, 1992), il processo di unificazione abbia subito un netto rallentamento, seguito ai primi 40 anni di crescita. La soluzione, qualunque essa sia, dovrà partire da un rilancio del processo di integrazione europea.

A mio modo di vedere, quanto ho scritto sono semplici banalità. È ovvio pensare all’euro non solo come moneta ma come simbolo del moderno tentativo degli Stati europei di superare insieme le difficoltà economiche e politiche che, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno dovuto affrontare. Non si tratta solamente di “economia” o “finanza.” Certamente questa dimensione esiste ed è molto importante. Tuttavia, più importante di questa è la dimensione politica e di significato: la moneta unica è una delle tappe che, si spera, porterà ad una più stretta unione tra i popoli e gli Stati europei. E questo necessita di una più stretta integrazione politica, di un governo europeo.

Ecco perché i commenti strettamente basati su soluzioni economico-finanziarie portano necessariamente a giudizi negativi sull’area-euro e sulle prospettive dell’Europa: perché non colgono l’aspetto fondamentale, quello politico del processo di unificazione. E non considerare l’aspetto politico e di prospettiva significa sottovalutare il problema, non comprendere l’essenza di ciò che l’euro rappresenta per il continente: il futuro.

Un’ultima osservazione. Ho notato che molti dei commenti negativi sull’euro e sulle prospettive della crisi per l’Unione Europea arrivano da economisti “Made in USA” o “Made in UK.” Strano, non trovate? Chissà che non stiano esprimendo in qualche misura del wishful thinking

Saturday, September 10, 2011

Event Finance

In un articolo pubblicato nel 2009 sul Journal of Business Ethics, Jay J. Janney, Greg Dess, and Victor Forlani mostrano come un evento particolare nella vita di 175 multinazionali abbia ripercussioni sul prezzo di mercato delle rispettive azioni. L’evento in questione è entrare a far parte di una iniziativa delle Nazioni Unite, nota come Global Compact (UNGC). Sottoscrivere l’accordo significa manifestare un interesse verso una economia sostenibile attraverso l’applicazione, in azienda, di 10 principii tra i quali vi sono diritti dei lavoratori, diritti umani, ecologia e corruzione. Per mantenere la sottoscrizione attiva, la compagnia deve pubblicare un rapporto annuale nel quale indicare i passi fatti verso l’implementazione o il miglioramento dei 10 principii. Ora, lo studio in questione mostra come vi siano delle reazioni positive, rappresentate da un apprezzamento delle azioni, che fanno seguito alla comunicazione pubblica di sottoscrizione del UNGC da parte dell’azienda.

Non è la prima volta che mi capita di leggere di studi rivolti a cercare un collegamento tra particolari eventi con l'andamento dei prezzi di mercato. Si tratta di una pratica comune per chi studia gli andamenti di mercato e non semplice, posto che la variazione del prezzo ha, di norma, numerose componenti. Tuttavia, e nonostante l’esempio, la mia domanda è sulla seguente proporzione: così come il prezzo delle azioni può essere legato agli eventi dell’azienda che rappresenta, è possibile che l’andamento di un mercato (dell’indice di borsa) sia legato ad eventi particolari che riguardano lo Stato? La risposta sembra essere positiva e, in questo caso, forse più evidente. 

Non è mia intenzione quella di presentare dati e commentare il ruolo di certe scelte politiche. Ho solo la pretesa di indicare che i movimenti negativi del mercato sono una reazione alle misure del governo italiano di fronte alla crisi del paese. Gli operatori di mercato hanno comunicato ripetutamente non tanto quanto la manovra sia inadeguata, questo è evidente, piuttosto, a me pare che la comunicazione sia più del tipo “siete degli incompetenti!” E vorrei andare oltre. 

Mi sembra che questi ultimi eventi assumano una natura paradossale. I governi di Mr B hanno ridotto drasticamente gli investimenti (già piuttosto scarsi) in cultura, educazione, ricerca. Non solo, il governo e i suoi ministri si sono prodigati nel continuo tentativo di sminuire e ridicolizzare tutto ciò che fosse legato alla cultura e alla conoscenza, in generale (per esempio, ricorderete Mr Tremonti quando disse che "la gente non mangia di cultura" o qualcosa di simile). Ora, quale potrebbe essere una legge del contrappasso che “dia una lezione” ad un povero e inconsapevole folle che non attribuisce alcun peso alla conoscenza? Forse qualcosa che lo metta in condizione di rimpiangere di non avere proprio quella conoscenza che ha sempre disprezzato. E magari a fronte di un problema che deve essere risolto. Dunque eccoci alla “lezione” che i mercati nazionali e internazionali stanno dando a Mr B e i suoi sgherri. Non solo Mr B, ministri e sottosegretari non hanno idea di cosa fare ma non hanno nemmeno idea di chi si possa interpellare per una consulenza. Le università? Non direi. Mr Tremonti è un esempio lampante di quanto le università italiane sono in grado di produrre: idee vecchie e poche. Inoltre, i pochi luminari ancora presenti nelle università italiane non scenderebbero certo a compromessi con Mr B. L’analfabetismo del secolo scorso è stato debellato, quello di questo secolo è al governo!

Il problema? Che la “lezione” sarà inflitta non solo ai poveri inconsapevoli che governano il paese e a quelli che li hanno votati ma anche, ahimè, a quelli che di questo “circolo dell’ignoranza” non fanno parte. 

Sunday, September 4, 2011

Storie di libri

Venerdì mattina ho ritirato un libro dalla cassetta della posta all’università. Si tratta del libro A Perfect Mess. Uno dei due autori, Eric Abrahamson, è un collega della Columbia University che ha scritto alcuni articoli interessanti dei quali mi sto occupando. Questo libro è una sorta di elogio del disordine. Sì, proprio così. In sostanza, gli autori mostrano che ci sono dei costi (di tempo, mentali, effettivi) che si associano col tenere in ordine. Ho pensato che, in quanto affetto da disordine cronico e membro attivo dell’associazione “Esteti del disordine,” nella mia biblioteca non poteva mancare questo tomo.

Ma veniamo al reale proposito di questo post: Sapete quanto ho pagato per averlo? Attraverso amazon.co.uk, la mia spesa è stata di £0.01 + spese di spedizione. In totale, ho pagato un paio di sterline per un libro nuovo e di circa 300 pagine. Ironia della sorte, mentre mi veniva recapitato il libro venivo a conoscenza di una strana legge italiana sui libri che sarebbe entrata in vigore a partire dal primo Settembre. L’articolo Ultime ore di svendite su Amazon. Poi gli sconti sui libri bloccati per legge rende noto che non sarà più possibile praticare sconti superiori al 15%. Semplicemente folle. Le ragioni di una simile pensata? Proteggere i rivenditori locali (italiani) dall’avvento di amazon.it. E sapete cosa rende il tutto ancora più incredibile? Il fatto che vi siano alcuni del settore editoriale italiano che si sono espressi a favore della legge.

Partiamo dal presupposto. L’Italia è, tra tutti i paesi occidentali, quello che ha il minor numero di lettori. L’italiano/a medio/a---è risaputo---non legge i quotidiani, magazine, riviste, non naviga su Internet e non legge libri. La spesa in cultura della famiglia italiana è del 2.4% sul totale delle spese (media europea 4.5%; dati 1999; fonte Eurostat 2007, EU Cultural Statistics). So cosa state pensando e mi spiace di smentirvi immediatamente: i dati mostrano che nemmeno chi ha i soldi, in Italia, li spende in cultura. Più di un italiano su tre (36%) dichiara di non aver letto nemmeno un libro nell’ultimo anno (media EU27 è 28%), in Germania e nel Regno Unito lo stesso dato è risponde al 18% (Eurobarometer 67.1, 2007, Tavola QA4.10). 

Sebbene sarebbe interessante indagare sulle cause di questa vergognosa condizione (*) che molto dice sullo stato di economia, politica e società, in questo post non mi pongo il problema.

Vorrei invece porre alcune questioni per capire se la nuova legge---come la ho intesa, attraverso l'articolo sopra citato---aiuti l’italiano/a a leggere di più o se, invece, lo aiuti a rimanere nella sua proverbiale ignoranza (eh già, vista dall’estero è davvero “proverbiale”!!): 
  1. Quando un prodotto non vende, il prezzo dovrebbe calare, in modo da renderlo più appetibile e incrementarne le vendite. In questo modo, lo si rende accessibile, nel caso in cui il prezzo iniziale sia molto alto. Per esempio, un libraio dimezzerebbe il prezzo di un romanzo, le cui copie rimangano invendute sugli scaffali per 12 mesi. Qualora questo non avvenisse, si avrebbero almeno due risultati. Il primo è quello di scoraggiare l’acquisto; a volte si è disposti a spendere €5.00 ma non €10.00 per un romanzo che non sia un best-seller. Il secondo è quello di rendere più difficili le vendite per i librai; questo ovviamente ha ripercussioni sulla catena di fornitura e dunque sull’intero settore.
  2. Un prodotto indesiderato o del quale non si percepisce il bisogno, se offerto ad un prezzo stracciato, potrebbe venire comprato. Che cosa me ne faccio del libro Selected Writings di Joan Robinson? Non è il mio campo, non ho tempo di leggerlo e non immagino che mi possa servire in qualche modo. Ma ecco che sulla copertina leggo che il prezzo è $0.50. “Beh” mi dico “certo che prima o poi, magari, potrei anche leggerlo…” Ovviamente lo ho comprato e ho letto qualche pagina!
  3. Quanto ho scritto nel punto precedente mi è capitato (forse troppo) spesso. Alcuni libri acquistati a poco prezzo sono ancora lì che aspettano di esser letti. Ma questo è un’altro punto importante: il libro è un investimento! Non è necessario che l’acquisto venga letto immediatamente, il libro diventa parte delle potenzialità di lettura, del fatto di avere una scelta di lettura, consultazione, studio, ricerca, altro. Il prezzo di copertina e gli sconti (anche e soprattutto stracciati) consentono ad una persona di aumentare sensibilmente la propria dotazione che, in ultima istanza, è una dotazione di conoscenza.
  4. Uno degli effetti della legge potrebbe essere quello di una diminuzione generalizzata dei prezzi di copertina dei libri. Posto che i successivi sconti non potranno superare il 15%, un libro oggi venduto a €30.00 potrebbe essere prezzato a €20.00 e ridotto successivamente a €17.00. Immaginate però che il libro, in copertina rigida, sia “Il codice Da Vinci” di Dan Brown. Si tratta di uno di quei casi in cui è facile prevedere un blockbuster book in Italia, così come avvenuto nel resto del mondo. In questo caso, sarebbe sensato vendere il libro a €20.00? Pensate che la casa editrice rinuncerebbe a €10.00 per libro? E allora, una volta fissato il prezzo a €30.00, l’unica riduzione possibile sarebbe quella a €25.50. Wow! In questo caso, il sottoscritto non avrebbe mai comprato il libro. Quando lo comprai, infatti, lo pagai l’equivalente di €6.00. Non avrei speso un centesimo di più. Ma ciò che a me pare più rilevante è che ci sono “ondate” di acquisto che garantiscono profitti nel lungo periodo e per lo stesso volume per case editrici e librerie. Senza sconti significativi “di mercato” cade questa ulteriore fonte di profitti. Dunque, il risultato è duplice: meno lettori e meno profitti.
L’ignoranza di chi ha presentato, sostenuto e approvato la legge (in primis Riccardo Levi, PD) è forse frutto del fatto che si legga così poco in Italia. In tutto questo, è forse bene ricordare che l’Italia è stato a lungo un paese escluso da amazon.com. Forse a ragione.


(*) Ecco un elenco succinto di possibili concause: (1) inadeguato sostegno all’educazione, cultura, ricerca; (2) l’Italia è il più vecchio tra i paesi europei (il 24.4% della popolazione ha meno di 25 anni, contro la media europea di 28.6% e il 19.7% di anziani over 65, contro il 16.8% della media EU27); (3) l’italiano con una laurea è raro come il quadrifoglio (nella classe d’età 25-40, solo il 16% ha una laurea e nella classe over 40, il 10%; la media EU27 è rispettivamente di 27.5% e di 19.8%, con i seguenti picchi degli Stati “simili” per dimensione: DE, ca. 24%; FR, 36.7% e 18.5%; UK, 34.7% e 28.1%; ES, 37.2% e 21.5%). Fonte e altri dati disponibili: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-77-07-296/EN/KS-77-07-296-EN.PDF

Thursday, June 23, 2011

Teorema della sensatezza

Dopo qualche anno sono giunto ad elaborare un metodo che può essere di una qualche utilità per l'uomo/donna politico/a italiano/a. Mi pare ci sia un modo per sviluppare delle convinzioni, opinioni, idee che abbiano un senso politicamente. Il tutto a costo zero! Ecco di cosa si tratta.
Può darsi caso che ci si imbatta in discussioni o circostanze nelle quali non si abbia una opinione precisa da esprimere. La conseguenza è quella di esprimere opinioni che poi, sotto vaglio più attento, vadano riformulate, aggiustate, modificate, persino contraddette! Come fare? Onde evitare queste penose eventualità, esiste un metodo sperimentale. Purtroppo non si è avuto ancora modo di verificarne la tenuta nella pratica di un dibattito politico, ma autorevoli fonti e simulazioni matematiche portano a pensare che i risultati siano garantiti. Il metodo compare sotto la forma di un teorema, il "teorema della sensatezza". Come funziona? Semplice, basta legge l'enunciato:

Teorema. Una opinione politica ha senso nella misura in cui si colloca all'opposto di qualunque commento, opinione, idea, suggerimento o azione che provenga dalla classe dirigente del partito politico Lega Nord.

Seguono alcuni suggerimenti per l'uso. Prendete una posizione qualunque. Non è necessario che sia recente, potete pescare tra le strabilianti posizioni che la Lega aveva assunto negli anni '90 quando, per intenderci, se la prendevano con quelli che loro chiamano "terroni" o "meridionali". Ma non ci formalizziamo, qualunque opinione leghista va sempre bene. Dunque, si prenda una posizione della Lega a caso, per esempio "I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord" (frase di Umberto Bossi, 2008, legata alla scuola pubblica; http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200807articoli/34957girata.asp). Ecco alcuni modi per collocarsi all'opposto, dal più semplice al più articolato (aggiunte in grassetto; tra parentesi il metodo di rovesciamento utilizzato):
  1. I professori meridionali non tolgono lavoro a quelli del Nord (rovesciamento per negazione)
  2. I professori meridionali lavorano insieme ad a quelli del Nord, in uno spirito di unità nazionale! (r. per cooperazione)
  3. Alcuni professori meridionali tolgono lavoro a quelli del Nord, che, a loro volta, dovrebbero andare al Sud... dovremmo interrogarci sul perché non lo fanno, invece... (r. per ritorsione)
  4. I professori "meridionali"... ma di cosa stiamo parlando?!? Dei meridionali di Lombardia che tolgono lavoro a quelli del nord Europa? (r. per estensione)
  5. I professori meridionali che tolgono lavoro a quelli del nord saranno evidentemente quelli più preparati e disposti positivamente al cambiamento: tanto di cappello! (r. per evidenza)
  6. La frase "i professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord" suggerisce che vi sia un diritto di sangue necessario per lavorare nel Nord Italia... Se non è razzismo questo, qualcuno spieghi cosa è, allora? (r. per implicazione)
  7. Se i professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord, qualcuno potrebbe spiegarmi il concetto di libero mercato, per favore? Penso di essermi perso qualcosa... (r. per incredulità)
  8. I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord: assolutamente! Meglio fermare questo scempio, prima che i concorsi pubblici vengano estesi a e vinti da altri stranieri che hanno miglior merito e titoli! (r. per falso accordo)
  9. I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord, quelli del Nord a quelli dell'Est, quelli dell'Est a quelli dell'Ovest; ma questo non è quanto accade negli Stati Uniti? Beh, un paese economicamente sottosviluppato, nevvero? (r. per comparazione)

Queste nove argomentazioni (altre se ne potrebbero aggiungere) fungono da "corollari applicativi" del teorema principale.

Ora cimentatevi nel tentativo di mostrare come si possa rovesciare l'argomento leghista creando qualcosa che abbia comunque un senso. Scrivete pure le vostre idee/applicazioni nei commenti a questo post. Aiutatemi a valutare il teorema della sensatezza.

Grazie. Alla prossima.

Monday, June 20, 2011

Scary Night

Una notte di Giugno. 2011. Io e Claudia siamo rientrati da una divertente serata con gli amici. È una di quelle domeniche "nordiche": si mangia polenta, si beve in compagnia, si balla il liscio (chi lo sa fare e pure chi non lo sa ballare), si ride. Molto. Si rientra a casa e si dorme della grossa. Infine ci si sveglia solo per scoprire di essere stati derubati.

Lombardia 2011. Giugno. Sono sveglio ma rimango a letto. Qualcosa mi sveglia definitivamente, la voce di Claudia. È agitata. "I ladri, sono entrati i ladri". Mi tiro su dal letto come una molla, prendo un paio di pantaloni e me li infilo in fretta. Guardo in giro ma non mi rendo conto di nulla. Appena fuori, sul prato nel retro ci sono delle carte per terra. Sembra quanto può ritrovarsi all'interno di un portafogli. Claudia mi allunga il mio portafogli. I soldi sono spariti. Le carte sono ancora lì. Controllo che la Green Card sia al suo posto. Non c'è. Quasi vado nel panico, la perdita significa l'impossibilità di rientrare negli States. Subito dopo appare sul prato, come in un flash. Sospiro di sollievo. Ma la carta non vale nulla senza il passaporto! Corro allora dentro casa a controllare che il passaporto sia nella tasca anteriore dello zaino. Lo zaino. È al suo posto. Il passaporto pure. A quel punto vengo quasi congelato da una idea rapida, istantanea, confusa ma viva nell'emozione. Il mio Mac! Mi muovo velocemente ma sconnessamente verso a cucina, un occhiata rapida sul tavolo. Nulla. Né computer, né cavo.

2011. Nord Italia, area "evoluta" e ricca del paese. Può accadere che qualcuno sia così disperato da scassinare la serratura della porta di casa, entrare mentre stai dormendo, allungare le mani sul portafogli (anche se si trova sulla sedia di fianco al letto), prendere un bauletto che assomiglia al portagioie (sempre in camera da letto), portarlo in cucina e lì trovare la manna, un MacBook Pro nuovo fiammante, costato €2,500. E se ci fossimo svegliati? Mi vengono i brividi al pensiero.

Che fare? Nulla. Siamo stati a presentare denuncia. "Quante ce ne arrivano, specialmente da quella zona" ci hanno detto alla centrale. E, a meno di reati più gravi o di prove, non ci sono le risorse per perseguire i criminali.

Nonostante quanto si possa pensare, non sono i poveri disgraziati (forse mentecatti) che ci hanno derubato che occupano i miei pensieri ma il fatto che sia difficile impedire che qualcuno ti entri in casa, almeno quando tu sei dentro. Inoltre, la pressoché totale mancanza di fiducia nella probabile cattura dei malviventi è frustrante, come minimo.

Una considerazione su tutte. La Lega governa il Nord Italia---specialmente la Lombardia e il Varesotto---da quasi 20 anni. La loro propaganda politica è da sempre orientata alla sicurezza. Hanno persino creato dei gruppi di picchiatori leghisti (le cosiddette ronde) per instillare nella gente un senso di "sicurezza" alla buona. Chiaramente non si può generalizzare sulla base di un caso tuttavia è possibile porsi qualche domanda. Cosa porta, se non la disperazione, qualche disgraziato a derubare una casa nonostante la presenza degli inquilini? Come si può essere disposti a rischiare così tanto?

Secondo la locale caserma dei carabinieri ormai sono poche le case della zona escluse da questa tipologia di furto. Non solo la politica della Lega Nord è farlocca ma probabilmente, posto che hanno governato l'intero paese per quasi 10 anni, ha contribuito significativamente a creare delle sacche di poveri disperati e disgraziati che rischiano tutto pur di sopravvivere.

Dovremmo forse iniziare a porci seriamente dei dubbi su quali siano i reali intenti della Lega. E questa è l'ennesima volta.