Thursday, October 13, 2022

Avanti!

I seggi si sono chiusi qualche settimana fa e le destre hanno vinto le elezioni nazionali in Italia. Il partito che direttamente eredita l'ideologia fascista ha preso la maggioranza relativa dei voti (Fratelli d'Italia), sicché l'alleanza con un partito xenofobo e razzista (Lega Nord) e un altro che, sinceramente, non ha un chiaro orientamento se non quello della destra di stampo neoliberista (Forza Italia) permetteranno la formazione di un governo. 

Le sinistre hanno perso le elezioni perché, a detta di molti commentatori, non sono state in grado di presentare un fronte compatto contro l'avanzata delle destre (estreme). In particolare, il Partito Democratico (PD), si sente ripetere, ha perso la capacità di parlare al suo elettorato "naturale" – cioè i lavoratori, comunque definiti. Alcuni commentatori di sinistra sottolineano il fatto che il PD sta affrontando una crisi esistenziale, per così dire. Ci si riferisce al fatto che le regioni italiane storicamente rosse mostrano un trend negativo di consensi al PD e alle sinistre in generale. Il PD non è stato in grado, fino ad ora, di affrontare alcuni dei temi – si dice – che sembrano essere particolarmente sentiti a livello nazionale: precariato, immigrazione, depauperamento del potere d'acquisto, disoccupazione, arretratezza socio-economica del Mezzogiorno (forse questa espressione non si usa più in italiano corrente).

E tuttavia, i commentatori di sinistra continuano, i tentativi fatti fino ad ora sono stati deludenti e hanno portato il partito ad aperture che somigliano alle posizioni di certa destra. Si pensi ad alcune iniziative sul lavoro adottate (e poi fatte decadere) dal Governo Renzi o alle posizioni sull'immigrazione di alcuni dei passati governi. Bisogna parlare agli elettori di questi temi senza cadere nella trappola tesa dalle destre, cioè quella di essere più brave a parlare alla pancia dell'elettorato dunque portare le sinistre su posizioni simili per poi avere gioco facile a convincere l'elettore medio.

Sebbene alcuni dei punti qua sopra siano condivisibili, penso siano esempi degli effetti e non delle cause del problema. In primo luogo, occorre fare chiarezza e guardare all'evidenza senza lasciarsi prendere dall'amarezza di una sconfitta. Il PD è un partito di governo che ha ottenuto vari successi nel corso della sua storia. Da questo punto di vista, il partito comunque raccoglie consensi ed è votato (più o meno da quando esiste) da circa un italiano su cinque. E questo a prescindere da leadership, condizioni macroeconomiche e sociali, e trend storici (vedi sopra). In altri termini, la crisi e meno crisi di quel che appare.

Detto questo, il problema del PD è quello della larga maggioranza dei partiti della sinistra moderata in Europa che, per convenienza, chiamo del raggruppamento parlamentare europeo del Partito Socialista Europeo (PSE). L'Italia non presenta caratteristiche peculiari e uniche da questo punto di vista. Non solo la crisi delle sinistre è un fenomeno continentale ma è affrontata in maniera simile (con incertezza) da tutti i partiti europei. Le soluzioni (che tali non sono) tentate del PD sono state praticate anche dall'equivalente danese, per esempio, che attualmente è in mano all'equivalente locale di Renzi. Il partito francese è cambiato radicalmente lasciando le sue radici storiche e quello tedesco, seppur vincendo le ultime elezioni, ha problemi del tutto simili a quelli del PD in termini di rappresentanza e un generale riconoscimento delle politiche che siano di "sinistra" (vedi immigrazione, per esempio).

Ammesso che il problema delle sinistre è continentale e simile a tutte le sinistre europee, probabilmente la soluzione è, anche quella, da cercare a livello continentale. Tutti i del PSE insistono a guardare ai problemi come se fossero limitati al proprio stato nazione. Come se fossimo ancora negli anni della ricostruzione degli anni Cinquanta o nel boom economico degli anni Sessanta. Le economie e i trend socio-economici dei paesi europei sono ormai integrate. Abbiamo almeno 71 anni di storia comune (per i primi sei) e, a partire dal processo innescato dall'Atto Unico negli anni Ottanta, abbiamo una crescente e significativa integrazione di mercati, capitali, risorse e persone. Esiste una moneta unica che sottolinea il destino comune di alcuni dei più forti (economicamente parlando) paesi di questa Europa. Quello che cerco di dire è che l'Europa è unita nei fatti, per quanto riguarda molteplici aspetti di vita quotidiana dei suoi cittadini. Affrontare i problemi delle sinistre dimenticandosi di questo fatto (storico) significa rifiutarsi di analizzare la situazione per quello che è: la sinistra deve darsi una dimensione europea. 

Questa non può essere semplicemente una vocazione, un qualcosa di annunciato e dichiarato. Deve trasformarsi in un concreto riconoscimento della dimensione del partito, del fatto che le varie segreterie nazionali altro non devono essere che affiliati locali del PSE. 

Questo post sta diventando lungo e bisogna che mi fermi qua. Il messaggio principale sul quale intendevo riflettere è quello che le sinistre europee devono recuperare una dimensione idealista. Questo non significa andare indietro a recuperare le varie tradizioni socialiste e comuniste ma significa guardare avanti per capire quali siano le nuove sfide sulle quali si ha qualcosa da dire, sulle quali si può costruire un futuro migliore. E questo non può che essere una estensione dell'egualitarismo, dei diritti e della coesione sociale a livello continentale. Noi (italiani, danesi, francesi, etc.) staremo meglio quando il sistema europa starà complessivamente meglio. 

D'altra parte, se il sogno di una europa progressista non appartiene alla sinistra, a chi altri? E allora, avanti!

Tuesday, April 26, 2022

La valutazione dell'impatto in accademia

La maggior parte delle università europee sono pubbliche. Questo significa che sono controllate direttamente o indirettamente dallo Stato e dunque sono soggette ai regolamenti del Ministero competente. Da qualche tempo i sistemi nazionali valutano la ricerca con il duplice obiettivo di attribuire i fondi secondo dei criteri di merito (pseudo-oggettivi) e di comprendere meglio la tipologia di attività che sono portate avanti nel settore. In questo breve post non mi soffermerò sui criteri di valutazione in generale—per citare un aspetto critico su tanti, molti ministeri usano delle famigerate "liste" delle riviste accademiche—ma su di una tendenza che è emersa recentemente. Mi riferisco alla valutazione di impatto della ricerca. Vale a dire che i sistemi nazionali hanno iniziato a chiedere che i docenti universitari dimostrino che la propria attività abbia avuto un effetto sulla società e/o sull'economia. Si tratta di una valutazione di esternalità positiva, probabilmente, derivante dall'applicazione di un concetto, teoria, brevetto, o altro, da parte di soggetti esterni alle università.

Quando non si riflette sul significato che questa valutazione comporta, mi pare che si possa dire che si tratta di un aspetto positivo. Soprattutto i non-accademici e tutti coloro i quali non hanno familiarità con i lavori delle università hanno, in generale, un atteggiamento positivo rispetto a questa nuova tendenza. Di fatto, si tratta di una valutazione di rilevanza socio-economica, se si vuole, del lavoro universitario. Una rilevanza esterna che, a detta di molti, costituisce uno dei problemi delle università pubbliche europee. "Finalmente anche gli accademici devono dimostrare quale sia il contributo del proprio lavoro!" alcuni (anche tra i colleghi) potrebbero aver esclamato.

Tuttavia, cosa significa veramente una valutazione di impatto della ricerca? Ho il sospetto che si tratti di un riflesso del cambiamento radicale del ruolo delle università. Pensiamo alla ragione principale del fatto che le università siano enti pubblici. Sono istituti di educazione e dunque organizzazioni nelle quali le "giovani menti" formano le proprie competenze e identità, imparano a confrontarsi con un mondo del lavoro in continuo cambiamento e soprattutto diventano avvezzi ad una forma mentis critica, essenziale per l'adattamento alle condizioni future. Queste sono funzioni essenziali per consentire alla forza lavoro di essere in linea con le esigenze del presente e dell'immediato futuro. Ecco, pertanto, che un primo impatto potrebbe essere rilevato in queste attività accademiche. Anzi, probabilmente, si tratta delle attività principali che garantiscono un essenziale effetto sociale ed economico del lavoro accademico. Ma gli Stati nazionali non sono interessati alla valutazione dell'insegnamento in questo modo. L'impatto di cui si parla è legato alle attività di ricerca.

La seconda ragione sottostante il finanziamento pubblico delle università risiede proprio nel fatto che la ricerca potrebbe non avere alcun impatto immediato. Infatti, se la ricerca è applicata e profittevole di solito viene condotta in una impresa o vi sono interi settori economici che vi potrebbero investire. Ciononostante, potrebbe accadere (e spesso accade) che la ricerca condotta nelle università abbia delle esternalità positive. Ma pensare che l'unica ricerca di rilievo sia quella con un impatto immediato significa rinnegare la ragione stessa di esistenza delle università. Non voglio fare esempi di ricerca apparentemente irrilevante che poi si è manifestata in tutta la sua utilità decenni o secoli dopo. Ora, legare il finanziamento delle università all'impatto "attuale" della ricerca significa minare la sostenibilità della ricerca di base. Si tratta di una mossa che tende a negare la possibilità che, allo stato attuale, le conoscenze non siano tali da comprendere cosa possa essere rilevante in un futuro più o meno lontano. Si tratta, in altri termini, di negare alcune possibilità di crescita e sviluppo.

Ho sempre pensato che l'effetto pubblico immediato dell'insegnamento compensasse il fatto che la ricerca potesse non avere un effetto a breve termine. Probabilmente mi sbagliavo: l'apprezzamento delle sinergie e compensazioni di un sistema non rientrano nel modo di riflettere di una mente ministeriale burocratica.

È difficile stimare l'entità del danno che questo modo di valutare la ricerca potrà avere nel medio-lungo periodo. Non è difficile constatare, purtroppo, che si tratta dell'ennesima applicazione del miope "new public management", una corrente di pensiero orientata ad equiparare la valutazione della "performance" del pubblico a quella del privato. Insomma, una oscenità intellettuale che tanti danni ha causato fino ad ora. La valutazione dell'impatto della ricerca è l'ennesima estensione di questo approccio.

Speriamo si riesca a capire in fretta su quale fronte investire per consentire che la ricerca di base[1] non muoia definitivamente, ipotecando il futuro delle nostre società.

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[1] Includo anche lo spettro delle materie umanistiche (esp. filosofia, letteratura, linguistica, storia, etc.) in questo concetto.

Wednesday, August 28, 2019

Risposta a Carlo Calenda


Sono iscritto nella mailing list di Siamo europei (SE), un gruppo istituito da Carlo Calenda che cerca di stimolare il dibattito della sinistra (in special modo, del PD) sulla centralità dei temi dell'Unione Europea.

Da qualche tempo a questa parte, dopo le elezioni europee, SE si è concentrato su questioni di politica nazionale, in modo quasi inspiegabile, devo ammettere. Alla ultima decisione — errata, secondo me — del fondatore Carlo Calenda di lasciare il Partito Democratico, ho risposto come segue.


Saturday, July 6, 2019

La sinistra danese anti-immigrazione

La comune interpretazione che la stampa italiana (e non solo) ha dato del risultato delle elezioni in Danimarca non è accurata. La ragione è, probabilmente, superficialità, in quanto la Danimarca è un paese piccolo e, di solito, non viene coperto dalle news nazionali. Oppure, il motivo può essere quello di una carenza di pensiero critico, che si manifesta nella presa di informazioni dalle fonti, senza porsi problemi sulla interpretazione. Infine, la ragione potrebbe semplicemente essere la mancanza di prospettiva, derivata dal fatto che specifiche comparazioni tra trend storici sono accessibili solo a chi conosce la lingua danese.

Come descritto nel post precedente, il sistema politico danese si basa su due coalizioni, quella della sinistra, il blocco rosso (rød blok), e quella dei conservatori, il blocco blu (blå blok). All'esterno di queste due coalizioni, vi sono i partiti dell'estrema destra e dell'estrema sinistra.

È ormai noto che le sinistre hanno vinto le elezioni, spodestando il gabinetto precedente che governava con l'infausto sostegno dell'estrema destra. Secondo la versione dei fatti maggiormente in auge, il partito di maggioranza relativa di sinistra, chiamato Socialdemokratiet,  avrebbe vinto le elezioni grazie ad una politica molto dura sull'immigrazione. In molti hanno paragonato le loro posizioni a quelle della destra estrema.

Capisco che la retorica di destra voglia fortemente che questa interpretazione sia quella corretta, in modo da dimostrare come la maggioranza dell'opinione pubblica abbia ormai interiorizzato la loro retorica di criminalizzazione dell'immigrato. Chiaramente, questa posizione sarebbe ancora più solida qualora anche gli elettori di sinistra — tradizionalmente più inclusivi, quando si parla di diversità — sembrassero convenire che il problema richieda misure drastiche. Niente di più sbagliato, almeno nel  caso delle elezioni danesi.

Sebbene sia purtroppo corretto riscontrare che Socialdemokratiet abbia sostenuto una visione radicale sull'immigrazione, non è affatto vero che questo fattore abbia contribuito alla loro vittoria. Al contrario, la percentuale di voti è calata di uno 0,4% rispetto alle elezioni precedenti, attestandosi al 25,9%. Il numero di parlamentari è invece salito di uno, come dimostra il grafico qua sotto, in virtù dei rapporti con gli altri partiti.

Fonte: https://www.dr.dk/nyheder/politik/resultater/folketingsvalg
Come mostrato nella parte in basso dello stesso grafico, il partito più duro in assoluto sul fronte dell'immigrazione, il partito di estrema destra Dansk Folkeparti (O), ha visto la propria presenza in parlamento drasticamente ridotta, con un calo del 12,4%, equivalente a 21 parlamentari in meno, rispetto alle elezioni del 2015.

In altre parole, la coalizione di sinistra ha potuto vincere per via del successo dei due partiti del blocco che si posizionano alla sinistra di Socialdemokratiet. Come possibile osservare sempre nello stesso grafico, Radikale Ventre (B) e Socialistisk Folkeparti (SF) hanno aumentato il numero di parlamentari di ben 8 e 7, rispettivamente.

Dunque, ricapitolando, il partito di sinistra con una politica dura sull'immigrazione è anche quello più grosso nella coalizione rossa. Di solito, questo partito ha sempre riportato delle percentuali abbastanza simili nelle varie tornate elettorali nazionali. I due partiti della sinistra radicale e socialista — entrambe più tradizionalmente legate agli ideali di integrazione e tutela della diversità e dunque pro-immigrazione — hanno riscosso un significativo successo e garantito il successo della coalizione. Ergo, la linea dura sull'immigrazione non ha portato voti alla sinistra.

[Il post è chiuso e, tuttavia, vorrei segnalare che la destra moderata si è radicalizzata in Danimarca, con effetti devastanti per quanto riguarda il dibattito politico. Il partito di maggioranza relativa del blocco blu, Venstre, ha di fatto preso i voti di una larga parte dell'elettorato di quella destra estrema che ha perso le elezioni. Dunque, gli entusiasti di una linea dura sull'immigrazione esistono, ma non si trovano a sinistra!]

Tuesday, July 2, 2019

Elezioni in Danimarca: quale partito avrei votato

Qualche settimana fa si sono tenute in Danimarca le elezioni politiche nazionali. Per via di una stortura nelle varie legislazioni europee, i residenti non-danesi non possono votare. E dunque, uno si trova nell'assurda condizione di pagare le tasse nel paese di residenza ma non avere alcun diritto di influenzare il modo in cui queste vengono investite e redistribuite.

Sebbene ci sarebbe molto da dire su questa stortura, figlia di una concezione basata essenzialmente sul primato etnico nazionale invece che su di un principio democratico e di equità, vorrei invece presentare la mia dichiarazione di voto: Se avessi avuto il diritto di poter esprimere la preferenza, per chi avrei votato?

Il sistema partitocratico danese presenta essenzialmente due blocchi, quello rosso e quello blu. Il primo (quello rosso) raggruppa partiti tradizionalmente legati alle varie correnti della sinistra mentre il secondo (quello blu) individua i partiti popolari e conservatori neo-liberisti. Al di fuori di questi due blocchi, si collocano i partiti dell'estrema destra neo-fascista, come il Dansk Folkeparti, equivalente alla Lega italiana, il Nye Borgerlige, un partito anti-EU, e lo xenofobo e anti-islam Stram Kurs.

Il governo uscente del blocco blu presentava una maggioranza zoppa, vale a dire che la coalizione non aveva una maggioranza parlamentare ma si reggeva sul supporto "esterno" del partito neo-fascista Dansk Folkeparti. Nel sistema danese il partito che ottiene la maggioranza dei voti nella coalizione (il blocco) esprime il primo ministro. Tramite accordi con i partiti di minoranza appartenenti alla stessa coalizione di governo, il blocco esprime i vari ministri.

Fin dall'inizio del 2019, sembrava chiaro che il governo uscente non sarebbe riuscito a rinnovare il mandato. In queste circostanze, la leadership del partito di maggioranza relativa del blocco rosso, Socialdemokratiet, avrebbe ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo. Per ragioni sicuramente discutibili ma dirette ad attrarre parte dell'elettorato di destra, Socialdemokratiet aveva iniziato da tempo una trasformazione dei propri principi fondatori, arrivando persino ad avere posizioni molto critiche sull'immigrazione — posizioni simili a quelle del partito neo-fascista Dansk Folkeparti, pertanto inaccettabili da chiunque abbia un minimo di umanità. Il problema, dunque, per un elettore di sinistra diventava quello di trovare il modo di limitare la deriva di un governo diretto da Socialdemokatiet. Le opzioni che si presentavano erano sostanzialmente due: la sinistra radicale, Radikale Venstre, e i socialisti/verdi di Socialistisk Folkeparti.

Come ci si può immaginare, una volta escluso il partito di maggioranza, la scelta sarebbe dovuta essere quella di un partito capace di limitare la deriva destrorsa e spingere su posizioni di una sinistra progressista moderna. Queste si configurano nei principi di equità, solidarietà, sussidiarietà, sostenibilità e internazionalismo. Tra i partiti del blocco, solo Socialistisk Folkeparti sembra rispettare la maggioranza di questi principi.

Thursday, May 9, 2019

Un reddito di esclusione

A più riprese si sente parlare del reddito di cittadinanza come di una misura tipica di una politica di sinistra. In generale, penso che questo sia corretto, nel senso che una misura che distribuisce delle risorse a tappeto ad una fascia della popolazione indicata come bisognosa, può senz’altro candidarsi ad essere definita una una misura sociale e di sinistra. Questo, bisogna sottolineare, ammesso che i criteri per definire i beneficiari siano ben specificati, equi e ispirati a valori delle pari opportunità.*

Tuttavia, quello che ci si dimentica spesso di ricordare è che le misure sociali non sono esclusivo appannaggio della sinistra. Infatti, esse sono state presenti anche durante i regimi totalitari di destra, nel senso che, per esempio, sia il nazismo tedesco che il fascismo italiano si sono storicamente definiti come nazionalsocialisti. Questo ha comportato che vi fossero delle misure introdotte durante il ventennio e rivolte, per esempio, a sostegno delle famiglie prolifiche o alle famiglie degli operai. In realtà, molti hanno indicato come le politiche sociali del fascismo fossero orientate alla gestione del consenso più che ad alleviare eventuali disequilibri. Infatti, alcuni notano che spesso si trattava di misure attuate con alta discrezionalità (dunque non eque) sulla popolazione.

Il punto che sto cercando di portare avanti in questo breve post è quello di sostenere che i criteri di selezione della fascia di popolazione alla quale la misura si riferisce determina la valutazione sulla pertinenza politica della manovra. A questo proposito, sembra che l'attuale reddito di cittadinanza così come introdotto dal governo Lega-Cinque Stelle non venga distribuito a tutti coloro i quali rispettino determinate caratteristiche, dunque secondo un criterio di status civile. Al contrario, pare che i non italiani (chiamati immigrati dal governo, per sottolineare che si tratta di persone "diverse") siano esclusi a priori, nonostante abbiano uno status tale da poter chiaramente rientrare nei criteri di selezione.

Questo elemento definisce il reddito di cittadinanza come un reddito di esclusione perché viene utilizzato fondamentalmente per distinguere i bisognosi italiani dai bisognosi "stranieri". È un modo per incrementare la discriminazione piuttosto che per ridurla. Di fatto, il reddito di cittadinanza rientra nella fattispecie della misura sociale nazionale, laddove l’aggiunta di questa specificazione — di questa qualifica — lo fa rientrare nella categoria delle misure di sostegno sociale di destra (nemmeno tanto moderna).

Affinché la stessa misura sia catalogabile come "di sinistra" o, se si preferisce, come "socialista", occorre che lo status del residente sia considerato come criterio primario, con indifferenza rispetto all'afferenza o meno ad uno Stato nazione come l’Italia. Un esempio di un criterio simile può essere il caso del sussidio allo studio elargito dallo Stato danese a tutti gli studenti in Danimarca, a prescindere dalla loro provenienza.

Dunque, alla domanda se il Movimento 5 Stelle sia un movimento di sinistra o meno io non saprei cosa rispondere, ma alla domanda se il reddito di cittadinanza sia una politica di sinistra, sarei portato a rispondere negativamente e dire che è uno strumento per imporre una discriminazione tipica della più bieca destra nazionalista. I socialisti dovrebbero indignarsi!


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* Intendo, in questo caso, fare riferimento alle einaudiane parità delle condizioni di partenza.

Friday, May 27, 2016

La mia destra è meno destra della tua


L'altro giorno mi sono imbattuto in questa immagine. Apparentemente il partito di estrema destra danese (DF, Dansk Folkepartis) ha tappezzato la città con manifesti simili a questo. La scritta recita "La nostra Danimarca – abbiamo così tanto che dobbiamo stare attenti" (o qualcosa del genere).

I danesi sottovalutano il DF e pensano che sia meno fascista degli altri partiti di estrema destra che circolano in Europa al momento. All'inizio ho pensato fosse una tendenza danese; le persone sono, in media, molto cortesi e pensare a DF come qualcosa di "meno estremo" di quello che è in realtà fosse un modo per essere cortesi verso di loro. Come quando un collega ti fa un torto e tu non glielo fai notare per quieto vivere. In verità, lo stesso fenomeno è presente anche in Italia o in Gran Bretagna. Anche gli italiani — in specie quelli del Nord — hanno sempre sottovalutato la Lega e pensato fosse "meno estrema" di partiti simili in Austria o Francia. Idem per gli inglesi che considerano UKIP (il partito indipendentista) un fenomeno tutto sommato accettabile, nonostante i toni apertamente razzisti à la Lega.

Penso sia il caso che i danesi si sveglino dal torpore: DF è un partito di estrema destra. Quel che colpisce del manifesto non è la scritta per se, con il messaggio diretto agli immigrati. La fotografia è particolarmente indicativa del target del loro elettorato, cioè 'working class,' e 'average low-income family'. Per chiunque abbia passeggiato per Copenhagen o per la maggior parte delle periferie e cittadine danesi, il messaggio è particolarmente divisivo perché la varietà di etnie e culture è davvero evidente. Ma questo è il gioco, e cioè creare un senso di esclusività e di possesso unito alla potenziale sensazione di deprivazione di questi possedimenti esclusivi. È come se il manifesto parlasse: "Attenzione, la 'danesità' è a rischio! 'Noi' (le famiglie come quella nella foto) siamo assediati e dobbiamo difenderci!"
Come molti cercano di indicare, da un lato, non pare ci siano particolari problemi di convivenza tra le diverse etnie e culture presenti in Danimarca. Dall'altro lato, il paese — come molti altri in Europa — dipende dall'immigrazione per garantire funzionamento all'economia e agli equilibri sociali (per esempio le pensioni). Questo è accentuato in Danimarca per via del fatto che il paese è piccolo e abbisogna di un numero adeguato di lavoratori che paghino il loro 40%-60% di tasse. E questi sono argomenti che fanno appello alla logica e all'utilitarismo. Il problema vero è che il messaggio è insensato da una prospettiva più fondamentale, quella dei diritti. Infatti, il manifesto è apertamente razzista al punto che persino il cane è stato scelto di un colore adeguato ad un paese scandinavo! È tollerabile un partito con proclami apertamente razzisti nell'Europa del XXI Secolo?

Scrivo della Danimarca ma, in realtà, ho in mente quanto accade in tutta Europa. Abbiamo appena scampato il rischio che un pericoloso fascista fosse eletto come presidente austriaco. Non mi piace lanciare degli ammonimenti ma il referendum britannico sull'Unione Europea rischia di gettare l'intero continente in una seconda crisi. E questa volta la situazione potrebbe essere drammatica, al punto da provocare una rinascita del 'fascismo governativo' (intendo che potremmo avere governi di estrema estrema in paesi europei con un certo peso economico e politico). I partiti di estrema destra non sono da sottovalutare perché hanno un'attrattiva sui ceti sociali più deboli. Caratterizzare certi partiti — ad esempio DF — come 'non proprio fascisti' determina nei cittadini la convinzione che, tutto sommato, le loro posizioni sono legittimamente accettabili. E questo sta già accadendo in tutto il Continente. Dobbiamo davvero aspettare che il razzismo e la chiusura geografico-economica diventi legge dello Stato per iniziare a preoccuparci?

Fine.


P.S. Uso 'fascista' come sinonimo di 'estrema destra' anche perché, in Europa, non mi pare ci siano le circostanze per differenziazioni di sorta. Inoltre, il 'fascismo' o l'essere 'fascista' non significa aver vissuto il ventennio italiano ma sposare una particolare ispirazione per l'organizzazione dello Stato e della vita sociale in genere. Penso sia l'ora di gettare qualunque sorta di 'purismo' pseudo-intellettuale e chiamare le cose per quel che sono.

Friday, March 8, 2013

Alza la testa!

Ritorno su questo blog dopo un lungo periodo di 'astinenza' per un commento breve su di un video che ho visto su YouTube. Si tratta di un… documentario, reportage, interviste sparse e varie? Non so davvero come definire questo video. Il video è girato intorno ad un giornalista – penso sia un giornalista anche se lui si definisce un cittadino italiano – Piero Ricca, che rincorre uomini politici, giornalisti e proclama le sue verità nelle piazze italiane. Il titolo del documento filmato è 'Alza la testa!'


Ora, se di giornalismo si tratta, a me pare sia un giornalismo urlato, gridato, proclamato. L'interesse del cittadino Ricca pare sia quello di sputare delle verità (presunte o reali) in faccia ai malcapitati di turno. Non si tratta di instaurare un contraddittorio o di ottenere dei commenti o delle risposte che, tutto sommato, paiono secondari rispetto ai vari proclami. Ad essere sincero, molti dei punti toccati sono assolutamente sacrosanti. È tutto il contorno che, francamente, non lo è.
Inoltre, con estremo rammarico devo ammettere che un effetto collaterale e grottesco di questo video è che, per la prima volta, il giornalista Mediaset Paolo Liguori sembra quasi abbia delle esternazioni che paiono sensate... assurdo! Est modus in rebus? Forse sì…

Una nota a margine. Presentarsi come 'cittadino italiano' include qualunque altra professione o caratterizzazione personale. Chiaramente, il riferimento rimanda al fatto che le questioni poste siano quelle di interesse generale (cioè di tutti i cittadini). Ma questo non è forse un poco pretenzioso? Sicuramente ci sono dei cittadini che si riconoscono in queste domande e nei proclami di Piero Ricca. Tuttavia, ci sono anche altri cittadini – nel bene e nel male, una maggioranza dei cittadini italiani come le recenti elezioni dimostrano – che potrebbero non condividere lo stile, le grida, le domande.

Io non sono interessato a partecipare in questa 'guerra di Piero', sono sempre stato un pacifista. Oppure, e visto che vivo all'estero, sono forse solo un vigliacco. Ma non ho alcuna verità facile in tasca. Ho solo dubbi, come sempre.

Tuesday, April 10, 2012

La spinelliana linea del progresso

L'altro giorno un amico mi ha fatto avere il video che riproduco qua sotto. Si tratta di Altiero Spinelli in una intervista del 1985.

Il video è davvero emozionante, soprattutto per chi abbia conosciuto Spinelli attraverso i suoi scritti. Questo filmato in particolare poi, non lo avevo mai visto prima. In un passaggio, Spinelli cita uno dei messaggi fondamentali del Manifesto di Ventotene (1941). Questo passo, peraltro molto usato dai federalisti europei, recita:
"la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale"
Il testo è disponibile online http://www.altierospinelli.org/manifesto/it/manifesto1943it_it.html per chi ne volesse prendere visione (beh, rinfrescare la memoria, a giudicare da chi legge il blog!). Come mai sto scrivendo su questo intervento di Spinelli? Perché, immagino, non sono sicuro che la "linea di divisione", così come presentata nel manifesto e nell'intervista sia ancora attuale.

Non è forse ormai quasi banale vedere che, in tutta Europa, i progressisti ritengono una unione europea quale componente fondamentale e positiva della vita politica contemporanea? E non è altrettanto chiaro che i conservatori invece sono sempre loro, i nazionalisti, e gli ultra-nazionalisti? Tuttavia, a me sembra che nella politica europea contemporanea non ci sia solo questo. Forse c'è una questione preliminare da chiarire. E cioè, esiste un ideale di unione europea, da un lato, ed esiste la Unione Europea, dall'altro. Intendo dire che l'ideale di una Europa unita potrebbe essere diverso dall'attuale Unione, così come la conosciamo. Anche questa è una banalità ma si risolve in una complicazione di quanto affermava Spinelli. Intendo dire che è possibile essere "progressisti" e in favore di una unificazione europea ma, nello stesso tempo, essere contrari all'Unione Europea così come la conosciamo. E questo cosa sarebbe? È forse reazione mascherata da progressismo oppure idealismo allo stato puro? La "linea" di Spinelli passa per l'attuale UE oppure può esistere a prescindere?

Ho delle idee in proposito e magari scrivo un secondo post sull'argomento. Il messaggio che tenevo a sottolineare è che se uno degli assiomi fondamentali del federalismo europeo (forza motrice dell'integrazione) viene messo in discussione e necessita una ridefinizione, davvero a me pare che il "federalismo" militante come lo abbiamo conosciuto sia morto.  Ammesso che sia utile farlo, per resuscitarlo occorre uno sforzo che non dipende esclusivamente dai singoli e necessita l'abbandono di gran parte della ideologia del passato (inclusa la parola stessa di "militante" e la forma organizzativa e di lotta politica).

Wednesday, October 19, 2011

Una nota sugli scontri

Il 18 ottobre 2011 a Roma si è tenuta una imponente manifestazione featuring l’indignazione della popolazione per la crisi italiana e globale. Il corteo è balzato agli onori (si fa per dire) della cronaca per via delle devastazioni di cosiddetti “black bloc,” ossia individui incappucciati che bruciano, spaccano, distruggono la città.

Come volevasi dimostrare, gli organi di stampa di proprietà del (o comunque vicini al) governo hanno colto la palla al balzo e accusato l’opposizione, proposto generalizzazioni pressappochiste, sputato sentenze e dato fiato ai soliti pregiudizi su chi scende in piazza a manifestare le proprie idee. Anche il governo (o quel che ne rimane) ha dato prova di se. Mr Maroni si è affrettato a dichiarare quanto sta nei sogni proibiti di ogni estremista di destra: è ora di leggi “speciali.” Già già, speciali. Non sono leggi normali quelle che limitano la libertà di espressione della cittadinanza. Devono essere straordinarie, eccezionali, o semplicemente “speciali.” Ma, prima di ritornare alla decisione di Mr Maroni, avanzo un paio di considerazioni sui criminali mascherati.

Come appare evidente dalle immagini diffuse sul web, gli individui mascherati sono una sparuta minoranza di quelli scesi in piazza il 18 ottobre. Ciononostante sono stati capaci di creare scompiglio e rovinare una giornata di pacifica protesta. Come è stato possibile? In primo luogo, e affermo l’ovvio, penso che non si tratti di un gruppo disorganizzato di persone che hanno deciso una volta arrivati a Roma di iniziare il “saccheggio.” Forse qualcuno ha pensato bene di aggiungersi una volta iniziato. Ma per portare quel tipo di distruzione, sapendo dove andare, come assediare la polizia e come nascondersi tra la folla, immagino che sia necessario un minimo di coordinamento. Dunque, la prima domanda (forse semplice) è: a quale organizzazione o associazione fanno capo questi individui?

La seconda osservazione riguarda le forze dell’ordine. Ancora dalle immagini diffuse in rete risulta chiaro che gli individui responsabili della distruzione erano facilmente riconoscibili perché per lo più vestiti di nero, con il volto coperto da passamontagna o dal casco e spesso brandivano qualcosa (una spranga, un estintore, altro). Immagino che gli agenti di polizia e i carabinieri siano addestrati per far fronte ad episodi di guerriglia urbana. Altrimenti non si capisce cosa ci stiano a fare. Comunque, se non i singoli agenti, immagino un comandante dell’esercito o della polizia che sia “esperto” in servizio d’ordine di manifestazioni imponenti, guerriglia urbana, lotta per le strade o altri simili (e tristi) eventualità. Seconda domanda: come può accadere che, quando i facinorosi sono circoscritti e ben riconoscibili, le forze dell’ordine non siano in grado di intervenire?

Che un corteo pacifico possa degenerare è una eventualità che dovrebbe sempre essere considerata da chi è esperto di ordine pubblico. La composizione dei manifestanti studiata, i percorsi analizzati, alcuni agenti infiltrati e i presidi distribuiti con criterio (non random, come pare sia accaduto). Terza batteria di domande: Ma davvero pensiamo che le forze dell’ordine dello Stato italiano non abbiano queste competenze? Davvero si pensa che siamo nelle mani di sprovveduti? E se così, cosa si aspetta a rovesciare l’ordine dello Stato, magari instaurando una democrazia vera e propria?

Due i casi: (1) lo Stato italiano ha un corpo di polizia totalmente sprovvisto della professionalità minima e necessaria per mantenere l’ordine pubblico oppure (2) i criminali mascherati sono stati lasciati liberi di agire di proposito (forse erano loro gli “infiltrati”).

Per tornare a Mr Maroni, i dubbi espressi sopra derivano dalle dichiarazioni lette sui giornali. Di fronte al fallimento (se tale è stato), una persona seria e responsabile (e mi pare che il Ministro dell’Interno sia responsabile, tra le altre cose, dell’ordine pubblico!) si esprime con un mea culpa e dichiara che occorrerebbe studiare meglio e di più le modalità di intervento per garantire il costituzionale diritto dei cittadini di protestare pacificamente. Invece, la geniale pensata è quella di presentare delle leggi “speciali.” Dunque, per curare un cancro sarebbe lecito e giusto fare fuori la persona, no? Il ragionamento non fa una grinza. 

Il problema italiano si sta espandendo a macchia d’olio. Criminali mascherati e quelli non mascherati hanno iniziato ad agire di concerto.

Monday, October 3, 2011

Come liberarsi degli altri

L’altra sera ho visto il film del regista danese Anders Rønnow Klarlund, dal titolo Hvordan vi slipper af med de andre (trad. “come liberarsi degli altri”). Ambientato in una Danimarca contemporanea (o dell’imminente futuro), il film racconta la storia della soluzione adottata dal parlamento danese per fare fronte alla crisi del welfare state. Le statistiche nazionali mostrano che il 20% della popolazione usufruisce del 60% dei programmi di assistenza. In periodi di crisi economica, questo può rivelarsi un grave problema, come abbiamo tutti imparato a riconoscere. La soluzione? Creare dei campi di concentramento per eliminare tutti coloro i quali abbiano vissuto alle spalle della società (nel film si tratta di alcolisti, falliti, disabili, etc.).

C’è una strana sensazione di incredulità che prende durante la visione, nonostante il film sia girato con poche iperboli grottesche. Man mano che seguivo le vicende dei personaggi principali, nella mia mente si faceva sempre più chiara una analogia. Cosa sconvolge quando si pensa all’adozione di una “soluzione” così drammatica e drastica? Beh, si potrebbe dire, molte cose. In primo luogo, la mancanza assoluta di rispetto per la vita umana. In secondo luogo la sofferenza delle persone, la brutalità dei mezzi, lo stato di polizia, e altri simili aspetti fondamentali. Ma non è tutto qua. Questi, è vero, sono aspetti fondamentali ma probabilmente lontani dalla realtà per molti Stati occidentali. E, paradossalmente, il film presenta una idea che potrebbe praticamente essere adottata. Il paradosso consiste appunto nell’immaginare quali sarebbero le conseguenze, sul piano internazionale soprattutto, per uno stato europeo che introducesse campi di sterminio come parte della politica di “risanamento” dei conti pubblici. Uno dei punti di forza del film è appunto questa sottile oscillazione tra realismo e paradosso. Sebbene interessante, questa non è l’analogia di cui ho scritto sopra.

Ciò che mi ha colpito è invece il parallelo i partiti estremisti (e.g., Lega Nord). Se ci si pensa, la “soluzione” non è affatto tale. Al contrario, il problema delle risorse da distribuire in uno Stato costituisce uno dei problemi principali, soprattutto per garantire il futuro e l’agio delle generazioni future. La “soluzione” è un rifiuto di affrontare il problema e, come tale, non risolve nulla. Semplicemente aiuta ad evitare di pensarci. In parallelo, quale è la soluzione proposta da partiti europei come la Lega Nord di fronte alla distribuzione delle risorse in Italia? Secessione. Ecco l’analogia. Quando non si hanno idee o strumenti intellettuali di altro genere per affrontare i problemi, la “soluzione” è amputare, tagliare, condannare, dimenticare o, per usare le parole del film, liberarsi degli altri.

Ci sono mille ragioni per condannare le politiche leghiste ma a me pare che questa analogia aiuti a mettere in evidenza (a) la pochezza intellettuale dei promotori, (b) l’illusorietà di talune “soluzioni” e (c) la pericolosità di modi e mezzi.

Speriamo che la realtà italiana non superi il grottesco e il paradosso di questo film surreale.

Wednesday, September 28, 2011

Crisi? Crisi!

Quante volte abbiamo letto che la moneta unica europea non ce la può fare, che l’euro cadrà sotto i colpi della speculazione internazionale, che il progetto è partito con uno o parecchi vizi di fondo. E ancora leggiamo che alcuni esperti di economia e finanza internazionale---molti sono da sempre euro-scettici---condannano le scelte della Germania e dell’area-euro di sostenere le economie in crisi (Grecia in primis). Forse chi scrive in questi termini ha ragione e tuttavia un semplice sguardo prospettico potrebbe suggerire altrimenti. Facciamo un passo per volta.

È banale ricordare, anche se in troppi sembrano essersene dimenticati, che la moneta unica non è altro che l’ultima tappa di un processo iniziato nel 1951, con la fondazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Quali erano gli obiettivi del processo di unificazione europea? Il preambolo del trattato CECA, e di quello che istituisce la Comunità Economica Europa (CEE), risponde alla domanda in almeno due modi: (1) evitare che si scateni un’altra guerra nel continente attraverso (2) l’integrazione di parti sempre più rilevanti della struttura socio-economia dei paesi membri (allora solo 6), per arrivare gradualmente (ma inevitabilmente) ad una vera e propria unione politica. L’euro si inserisce in questa prospettiva. Non è altro che una delle ultime tappe del lungo processo di integrazione che, si auspica, porterà ad una unione sempre più stretta tra i paesi e i popoli del continente.

Dunque l’euro non è un evento separato da tutto quanto lo ha generato e dalle prospettive/problematiche che si sperava aprisse. Una di queste prospettive/problematiche era appunto quella di mettere politica, economia e società davanti ad una evidenza: le economie dei paesi europei necessitano di un governo. Le relazioni economico-finanziarie tra i paesi europei sono ormai così strette che non sembra più possibile andare avanti senza un governo dell’area-euro. In sintesi, la crisi può essere efficacemente fronteggiata non solo costringendo gli Stati nazionali a politiche economiche di rigore e crescita ma con delle azioni uniformi a livello europeo. E queste azioni sono azioni di governo: politiche economiche, sociali e fiscali europee. 

Come sempre in questi casi, vi sono diversi modi per raggiungere l’obiettivo. E gli estremi sono sempre quelli: (a) procedere in modo graduale alla cessione di sovranità nazionale, e (b) creare un governo europeo a capo di uno Stato europeo. 

La crisi è crisi dell’euro e dell’Unione Europea così come la conosciamo. Se accettiamo la prospettiva offerta, potremmo riconoscere che la crisi sia, almeno in parte, dovuta al fatto che negli ultimi 20 anni circa (e precisamente dal Trattato di Maastricht, 1992), il processo di unificazione abbia subito un netto rallentamento, seguito ai primi 40 anni di crescita. La soluzione, qualunque essa sia, dovrà partire da un rilancio del processo di integrazione europea.

A mio modo di vedere, quanto ho scritto sono semplici banalità. È ovvio pensare all’euro non solo come moneta ma come simbolo del moderno tentativo degli Stati europei di superare insieme le difficoltà economiche e politiche che, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno dovuto affrontare. Non si tratta solamente di “economia” o “finanza.” Certamente questa dimensione esiste ed è molto importante. Tuttavia, più importante di questa è la dimensione politica e di significato: la moneta unica è una delle tappe che, si spera, porterà ad una più stretta unione tra i popoli e gli Stati europei. E questo necessita di una più stretta integrazione politica, di un governo europeo.

Ecco perché i commenti strettamente basati su soluzioni economico-finanziarie portano necessariamente a giudizi negativi sull’area-euro e sulle prospettive dell’Europa: perché non colgono l’aspetto fondamentale, quello politico del processo di unificazione. E non considerare l’aspetto politico e di prospettiva significa sottovalutare il problema, non comprendere l’essenza di ciò che l’euro rappresenta per il continente: il futuro.

Un’ultima osservazione. Ho notato che molti dei commenti negativi sull’euro e sulle prospettive della crisi per l’Unione Europea arrivano da economisti “Made in USA” o “Made in UK.” Strano, non trovate? Chissà che non stiano esprimendo in qualche misura del wishful thinking…

Saturday, September 10, 2011

Event Finance

In un articolo pubblicato nel 2009 sul Journal of Business Ethics, Jay J. Janney, Greg Dess, and Victor Forlani mostrano come un evento particolare nella vita di 175 multinazionali abbia ripercussioni sul prezzo di mercato delle rispettive azioni. L’evento in questione è entrare a far parte di una iniziativa delle Nazioni Unite, nota come Global Compact (UNGC). Sottoscrivere l’accordo significa manifestare un interesse verso una economia sostenibile attraverso l’applicazione, in azienda, di 10 principii tra i quali vi sono diritti dei lavoratori, diritti umani, ecologia e corruzione. Per mantenere la sottoscrizione attiva, la compagnia deve pubblicare un rapporto annuale nel quale indicare i passi fatti verso l’implementazione o il miglioramento dei 10 principii. Ora, lo studio in questione mostra come vi siano delle reazioni positive, rappresentate da un apprezzamento delle azioni, che fanno seguito alla comunicazione pubblica di sottoscrizione del UNGC da parte dell’azienda.

Non è la prima volta che mi capita di leggere di studi rivolti a cercare un collegamento tra particolari eventi con l'andamento dei prezzi di mercato. Si tratta di una pratica comune per chi studia gli andamenti di mercato e non semplice, posto che la variazione del prezzo ha, di norma, numerose componenti. Tuttavia, e nonostante l’esempio, la mia domanda è sulla seguente proporzione: così come il prezzo delle azioni può essere legato agli eventi dell’azienda che rappresenta, è possibile che l’andamento di un mercato (dell’indice di borsa) sia legato ad eventi particolari che riguardano lo Stato? La risposta sembra essere positiva e, in questo caso, forse più evidente. 

Non è mia intenzione quella di presentare dati e commentare il ruolo di certe scelte politiche. Ho solo la pretesa di indicare che i movimenti negativi del mercato sono una reazione alle misure del governo italiano di fronte alla crisi del paese. Gli operatori di mercato hanno comunicato ripetutamente non tanto quanto la manovra sia inadeguata, questo è evidente, piuttosto, a me pare che la comunicazione sia più del tipo “siete degli incompetenti!” E vorrei andare oltre. 

Mi sembra che questi ultimi eventi assumano una natura paradossale. I governi di Mr B hanno ridotto drasticamente gli investimenti (già piuttosto scarsi) in cultura, educazione, ricerca. Non solo, il governo e i suoi ministri si sono prodigati nel continuo tentativo di sminuire e ridicolizzare tutto ciò che fosse legato alla cultura e alla conoscenza, in generale (per esempio, ricorderete Mr Tremonti quando disse che "la gente non mangia di cultura" o qualcosa di simile). Ora, quale potrebbe essere una legge del contrappasso che “dia una lezione” ad un povero e inconsapevole folle che non attribuisce alcun peso alla conoscenza? Forse qualcosa che lo metta in condizione di rimpiangere di non avere proprio quella conoscenza che ha sempre disprezzato. E magari a fronte di un problema che deve essere risolto. Dunque eccoci alla “lezione” che i mercati nazionali e internazionali stanno dando a Mr B e i suoi sgherri. Non solo Mr B, ministri e sottosegretari non hanno idea di cosa fare ma non hanno nemmeno idea di chi si possa interpellare per una consulenza. Le università? Non direi. Mr Tremonti è un esempio lampante di quanto le università italiane sono in grado di produrre: idee vecchie e poche. Inoltre, i pochi luminari ancora presenti nelle università italiane non scenderebbero certo a compromessi con Mr B. L’analfabetismo del secolo scorso è stato debellato, quello di questo secolo è al governo!

Il problema? Che la “lezione” sarà inflitta non solo ai poveri inconsapevoli che governano il paese e a quelli che li hanno votati ma anche, ahimè, a quelli che di questo “circolo dell’ignoranza” non fanno parte. 

Sunday, September 4, 2011

Storie di libri

Venerdì mattina ho ritirato un libro dalla cassetta della posta all’università. Si tratta del libro A Perfect Mess. Uno dei due autori, Eric Abrahamson, è un collega della Columbia University che ha scritto alcuni articoli interessanti dei quali mi sto occupando. Questo libro è una sorta di elogio del disordine. Sì, proprio così. In sostanza, gli autori mostrano che ci sono dei costi (di tempo, mentali, effettivi) che si associano col tenere in ordine. Ho pensato che, in quanto affetto da disordine cronico e membro attivo dell’associazione “Esteti del disordine,” nella mia biblioteca non poteva mancare questo tomo.

Ma veniamo al reale proposito di questo post: Sapete quanto ho pagato per averlo? Attraverso amazon.co.uk, la mia spesa è stata di £0.01 + spese di spedizione. In totale, ho pagato un paio di sterline per un libro nuovo e di circa 300 pagine. Ironia della sorte, mentre mi veniva recapitato il libro venivo a conoscenza di una strana legge italiana sui libri che sarebbe entrata in vigore a partire dal primo Settembre. L’articolo Ultime ore di svendite su Amazon. Poi gli sconti sui libri bloccati per legge rende noto che non sarà più possibile praticare sconti superiori al 15%. Semplicemente folle. Le ragioni di una simile pensata? Proteggere i rivenditori locali (italiani) dall’avvento di amazon.it. E sapete cosa rende il tutto ancora più incredibile? Il fatto che vi siano alcuni del settore editoriale italiano che si sono espressi a favore della legge.

Partiamo dal presupposto. L’Italia è, tra tutti i paesi occidentali, quello che ha il minor numero di lettori. L’italiano/a medio/a---è risaputo---non legge i quotidiani, magazine, riviste, non naviga su Internet e non legge libri. La spesa in cultura della famiglia italiana è del 2.4% sul totale delle spese (media europea 4.5%; dati 1999; fonte Eurostat 2007, EU Cultural Statistics). So cosa state pensando e mi spiace di smentirvi immediatamente: i dati mostrano che nemmeno chi ha i soldi, in Italia, li spende in cultura. Più di un italiano su tre (36%) dichiara di non aver letto nemmeno un libro nell’ultimo anno (media EU27 è 28%), in Germania e nel Regno Unito lo stesso dato è risponde al 18% (Eurobarometer 67.1, 2007, Tavola QA4.10). 

Sebbene sarebbe interessante indagare sulle cause di questa vergognosa condizione (*) che molto dice sullo stato di economia, politica e società, in questo post non mi pongo il problema.

Vorrei invece porre alcune questioni per capire se la nuova legge---come la ho intesa, attraverso l'articolo sopra citato---aiuti l’italiano/a a leggere di più o se, invece, lo aiuti a rimanere nella sua proverbiale ignoranza (eh già, vista dall’estero è davvero “proverbiale”!!): 
  1. Quando un prodotto non vende, il prezzo dovrebbe calare, in modo da renderlo più appetibile e incrementarne le vendite. In questo modo, lo si rende accessibile, nel caso in cui il prezzo iniziale sia molto alto. Per esempio, un libraio dimezzerebbe il prezzo di un romanzo, le cui copie rimangano invendute sugli scaffali per 12 mesi. Qualora questo non avvenisse, si avrebbero almeno due risultati. Il primo è quello di scoraggiare l’acquisto; a volte si è disposti a spendere €5.00 ma non €10.00 per un romanzo che non sia un best-seller. Il secondo è quello di rendere più difficili le vendite per i librai; questo ovviamente ha ripercussioni sulla catena di fornitura e dunque sull’intero settore.
  2. Un prodotto indesiderato o del quale non si percepisce il bisogno, se offerto ad un prezzo stracciato, potrebbe venire comprato. Che cosa me ne faccio del libro Selected Writings di Joan Robinson? Non è il mio campo, non ho tempo di leggerlo e non immagino che mi possa servire in qualche modo. Ma ecco che sulla copertina leggo che il prezzo è $0.50. “Beh” mi dico “certo che prima o poi, magari, potrei anche leggerlo…” Ovviamente lo ho comprato e ho letto qualche pagina!
  3. Quanto ho scritto nel punto precedente mi è capitato (forse troppo) spesso. Alcuni libri acquistati a poco prezzo sono ancora lì che aspettano di esser letti. Ma questo è un’altro punto importante: il libro è un investimento! Non è necessario che l’acquisto venga letto immediatamente, il libro diventa parte delle potenzialità di lettura, del fatto di avere una scelta di lettura, consultazione, studio, ricerca, altro. Il prezzo di copertina e gli sconti (anche e soprattutto stracciati) consentono ad una persona di aumentare sensibilmente la propria dotazione che, in ultima istanza, è una dotazione di conoscenza.
  4. Uno degli effetti della legge potrebbe essere quello di una diminuzione generalizzata dei prezzi di copertina dei libri. Posto che i successivi sconti non potranno superare il 15%, un libro oggi venduto a €30.00 potrebbe essere prezzato a €20.00 e ridotto successivamente a €17.00. Immaginate però che il libro, in copertina rigida, sia “Il codice Da Vinci” di Dan Brown. Si tratta di uno di quei casi in cui è facile prevedere un blockbuster book in Italia, così come avvenuto nel resto del mondo. In questo caso, sarebbe sensato vendere il libro a €20.00? Pensate che la casa editrice rinuncerebbe a €10.00 per libro? E allora, una volta fissato il prezzo a €30.00, l’unica riduzione possibile sarebbe quella a €25.50. Wow! In questo caso, il sottoscritto non avrebbe mai comprato il libro. Quando lo comprai, infatti, lo pagai l’equivalente di €6.00. Non avrei speso un centesimo di più. Ma ciò che a me pare più rilevante è che ci sono “ondate” di acquisto che garantiscono profitti nel lungo periodo e per lo stesso volume per case editrici e librerie. Senza sconti significativi “di mercato” cade questa ulteriore fonte di profitti. Dunque, il risultato è duplice: meno lettori e meno profitti.
L’ignoranza di chi ha presentato, sostenuto e approvato la legge (in primis Riccardo Levi, PD) è forse frutto del fatto che si legga così poco in Italia. In tutto questo, è forse bene ricordare che l’Italia è stato a lungo un paese escluso da amazon.com. Forse a ragione.


(*) Ecco un elenco succinto di possibili concause: (1) inadeguato sostegno all’educazione, cultura, ricerca; (2) l’Italia è il più vecchio tra i paesi europei (il 24.4% della popolazione ha meno di 25 anni, contro la media europea di 28.6% e il 19.7% di anziani over 65, contro il 16.8% della media EU27); (3) l’italiano con una laurea è raro come il quadrifoglio (nella classe d’età 25-40, solo il 16% ha una laurea e nella classe over 40, il 10%; la media EU27 è rispettivamente di 27.5% e di 19.8%, con i seguenti picchi degli Stati “simili” per dimensione: DE, ca. 24%; FR, 36.7% e 18.5%; UK, 34.7% e 28.1%; ES, 37.2% e 21.5%). Fonte e altri dati disponibili: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-77-07-296/EN/KS-77-07-296-EN.PDF

Thursday, June 23, 2011

Teorema della sensatezza

Dopo qualche anno sono giunto ad elaborare un metodo che può essere di una qualche utilità per l'uomo/donna politico/a italiano/a. Mi pare ci sia un modo per sviluppare delle convinzioni, opinioni, idee che abbiano un senso politicamente. Il tutto a costo zero! Ecco di cosa si tratta.
Può darsi caso che ci si imbatta in discussioni o circostanze nelle quali non si abbia una opinione precisa da esprimere. La conseguenza è quella di esprimere opinioni che poi, sotto vaglio più attento, vadano riformulate, aggiustate, modificate, persino contraddette! Come fare? Onde evitare queste penose eventualità, esiste un metodo sperimentale. Purtroppo non si è avuto ancora modo di verificarne la tenuta nella pratica di un dibattito politico, ma autorevoli fonti e simulazioni matematiche portano a pensare che i risultati siano garantiti. Il metodo compare sotto la forma di un teorema, il "teorema della sensatezza". Come funziona? Semplice, basta legge l'enunciato:

Teorema. Una opinione politica ha senso nella misura in cui si colloca all'opposto di qualunque commento, opinione, idea, suggerimento o azione che provenga dalla classe dirigente del partito politico Lega Nord.

Seguono alcuni suggerimenti per l'uso. Prendete una posizione qualunque. Non è necessario che sia recente, potete pescare tra le strabilianti posizioni che la Lega aveva assunto negli anni '90 quando, per intenderci, se la prendevano con quelli che loro chiamano "terroni" o "meridionali". Ma non ci formalizziamo, qualunque opinione leghista va sempre bene. Dunque, si prenda una posizione della Lega a caso, per esempio "I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord" (frase di Umberto Bossi, 2008, legata alla scuola pubblica; http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200807articoli/34957girata.asp). Ecco alcuni modi per collocarsi all'opposto, dal più semplice al più articolato (aggiunte in grassetto; tra parentesi il metodo di rovesciamento utilizzato):
  1. I professori meridionali non tolgono lavoro a quelli del Nord (rovesciamento per negazione)
  2. I professori meridionali lavorano insieme ad a quelli del Nord, in uno spirito di unità nazionale! (r. per cooperazione)
  3. Alcuni professori meridionali tolgono lavoro a quelli del Nord, che, a loro volta, dovrebbero andare al Sud... dovremmo interrogarci sul perché non lo fanno, invece... (r. per ritorsione)
  4. I professori "meridionali"... ma di cosa stiamo parlando?!? Dei meridionali di Lombardia che tolgono lavoro a quelli del nord Europa? (r. per estensione)
  5. I professori meridionali che tolgono lavoro a quelli del nord saranno evidentemente quelli più preparati e disposti positivamente al cambiamento: tanto di cappello! (r. per evidenza)
  6. La frase "i professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord" suggerisce che vi sia un diritto di sangue necessario per lavorare nel Nord Italia... Se non è razzismo questo, qualcuno spieghi cosa è, allora? (r. per implicazione)
  7. Se i professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord, qualcuno potrebbe spiegarmi il concetto di libero mercato, per favore? Penso di essermi perso qualcosa... (r. per incredulità)
  8. I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord: assolutamente! Meglio fermare questo scempio, prima che i concorsi pubblici vengano estesi a e vinti da altri stranieri che hanno miglior merito e titoli! (r. per falso accordo)
  9. I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord, quelli del Nord a quelli dell'Est, quelli dell'Est a quelli dell'Ovest; ma questo non è quanto accade negli Stati Uniti? Beh, un paese economicamente sottosviluppato, nevvero? (r. per comparazione)

Queste nove argomentazioni (altre se ne potrebbero aggiungere) fungono da "corollari applicativi" del teorema principale.

Ora cimentatevi nel tentativo di mostrare come si possa rovesciare l'argomento leghista creando qualcosa che abbia comunque un senso. Scrivete pure le vostre idee/applicazioni nei commenti a questo post. Aiutatemi a valutare il teorema della sensatezza.

Grazie. Alla prossima.

Monday, June 20, 2011

Scary Night

Una notte di Giugno. 2011. Io e Claudia siamo rientrati da una divertente serata con gli amici. È una di quelle domeniche "nordiche": si mangia polenta, si beve in compagnia, si balla il liscio (chi lo sa fare e pure chi non lo sa ballare), si ride. Molto. Si rientra a casa e si dorme della grossa. Infine ci si sveglia solo per scoprire di essere stati derubati.

Lombardia 2011. Giugno. Sono sveglio ma rimango a letto. Qualcosa mi sveglia definitivamente, la voce di Claudia. È agitata. "I ladri, sono entrati i ladri". Mi tiro su dal letto come una molla, prendo un paio di pantaloni e me li infilo in fretta. Guardo in giro ma non mi rendo conto di nulla. Appena fuori, sul prato nel retro ci sono delle carte per terra. Sembra quanto può ritrovarsi all'interno di un portafogli. Claudia mi allunga il mio portafogli. I soldi sono spariti. Le carte sono ancora lì. Controllo che la Green Card sia al suo posto. Non c'è. Quasi vado nel panico, la perdita significa l'impossibilità di rientrare negli States. Subito dopo appare sul prato, come in un flash. Sospiro di sollievo. Ma la carta non vale nulla senza il passaporto! Corro allora dentro casa a controllare che il passaporto sia nella tasca anteriore dello zaino. Lo zaino. È al suo posto. Il passaporto pure. A quel punto vengo quasi congelato da una idea rapida, istantanea, confusa ma viva nell'emozione. Il mio Mac! Mi muovo velocemente ma sconnessamente verso a cucina, un occhiata rapida sul tavolo. Nulla. Né computer, né cavo.

2011. Nord Italia, area "evoluta" e ricca del paese. Può accadere che qualcuno sia così disperato da scassinare la serratura della porta di casa, entrare mentre stai dormendo, allungare le mani sul portafogli (anche se si trova sulla sedia di fianco al letto), prendere un bauletto che assomiglia al portagioie (sempre in camera da letto), portarlo in cucina e lì trovare la manna, un MacBook Pro nuovo fiammante, costato €2,500. E se ci fossimo svegliati? Mi vengono i brividi al pensiero.

Che fare? Nulla. Siamo stati a presentare denuncia. "Quante ce ne arrivano, specialmente da quella zona" ci hanno detto alla centrale. E, a meno di reati più gravi o di prove, non ci sono le risorse per perseguire i criminali.

Nonostante quanto si possa pensare, non sono i poveri disgraziati (forse mentecatti) che ci hanno derubato che occupano i miei pensieri ma il fatto che sia difficile impedire che qualcuno ti entri in casa, almeno quando tu sei dentro. Inoltre, la pressoché totale mancanza di fiducia nella probabile cattura dei malviventi è frustrante, come minimo.

Una considerazione su tutte. La Lega governa il Nord Italia---specialmente la Lombardia e il Varesotto---da quasi 20 anni. La loro propaganda politica è da sempre orientata alla sicurezza. Hanno persino creato dei gruppi di picchiatori leghisti (le cosiddette ronde) per instillare nella gente un senso di "sicurezza" alla buona. Chiaramente non si può generalizzare sulla base di un caso tuttavia è possibile porsi qualche domanda. Cosa porta, se non la disperazione, qualche disgraziato a derubare una casa nonostante la presenza degli inquilini? Come si può essere disposti a rischiare così tanto?

Secondo la locale caserma dei carabinieri ormai sono poche le case della zona escluse da questa tipologia di furto. Non solo la politica della Lega Nord è farlocca ma probabilmente, posto che hanno governato l'intero paese per quasi 10 anni, ha contribuito significativamente a creare delle sacche di poveri disperati e disgraziati che rischiano tutto pur di sopravvivere.

Dovremmo forse iniziare a porci seriamente dei dubbi su quali siano i reali intenti della Lega. E questa è l'ennesima volta.

Wednesday, May 4, 2011

Politica estera "Made in Lega Nord"

Alcune dichiarazioni, purtroppo non spontanee, di un sindaco, Mr Tosi, esperto di politica estera della Lega Nord:
“[…] il problema è che era sbagliato bombardare la Libia perché c’è una guerra tra tribù, non era un leader… la Siria, la Siria c’è un governo che sta sparando sulla gente. Manifestano, gli spara, vanno ad un funerale, gli spara. Sulla Siria non interviene nessuno. Si sta discutendo che forse gli si fa le sanzioni… pian piano vedremo. Siccome—perché sulla Siria non c’è il problema del petrolio perché non ne ha neanche abbastanza per se stessa—siccome la Libia il petrolio ce l’ha e ci sono anche interessi economici importanti, e allora la Francia, forzando la mano nell’Unione Europea e poi in sede ONU—la Francia ha forzato la mano—ha bombardato. Noi siamo stati inerti e l’errore nostro è stare inerti su quello che era comunque una questione, sia da un punto di vista economico, sia da un punto di vista umanitario problematica per l’Italia. Perché comunque, da un punto di vista umanitario è chiaro che bombardando succede quello che sta succedendo.”
Una logica schiacciante, direi. Per qualche strana ragione, il conduttore non è soddisfatto della esposizione e incalza “…inerti come iniziativa politica?” Ed ecco l’esperto Mr Tosi che specifica:
“Inerti come iniziativa perché comunque la Francia non ha bombardato la Libia e Gheddafi per tutelare i civili, la Francia sta bombardando e ha cominciato a bombardare per prima perché voleva sostituirsi all’Italia negli interessi economici, perché lei non era il primo partner. Noi avremo un danno di miliardi per quanto riguarda le nostre aziende che lavoravano e non so se lavoreranno più in Libia perché adesso ci siamo fatti odiare da una parte della popolazione libica mentre invece la Francia, che non era influente, ha cercato di sostituirsi. La Francia in Africa, in particolare nel corno d’Africa e in altre zone, ha sempre fatto quel cavolo che voleva. La Costa d’Avorio ultimamente, ma è anni che lo fa, siccome aveva un interesse da tutelare, ha mandato i corpi speciali a fare quello che cavolo vogliono. Quindi… noi dovevamo difendere, sia da un punto di vista, ripeto, del problema umanitario e anche quindi dell’arrivo di clandestini o di profughi, perché adesso arrivano i profughi dalla guerra, sia da un punto di vista economico, perché abbiamo degli interessi nazionali importanti e abbiam lasciato che qualcun’altro ci sopravanzasse e facesse quello che voleva, cioè la Francia.”
A parte la trascrizione del parlato che è di per se problematica, Mr Tosi non facilita la comprensione attraverso l’uso di un linguaggio aulico e altamente sofisticato. Si tratta chiaramente del risultato di numerosi anni di studio presso una scuola di politica estera messa a punto dalla Lega Nord che non consente ai cittadini di comprendere a fondo la complessità e la profondità di espressioni quali “[l]a Francia […] ha sempre fatto quel cavolo che voleva.” E ancora, come a ribadire l’importanza dell’espressione, “la Francia […] ha mandato i corpi speciali a fare quello che cavolo vogliono.” Pare che la Francia, a detta dell’esperto Mr Tosi, abbia messo gli italiani nelle condizioni di dover “difendere […] degli interessi nazionali importanti.” Chiaro? Forse no. E allora, diamo all’esperto Mr Tosi occasione di specificare ulteriormente cosa intende:
“Allora, dobbiamo guardare da dove siam partiti [noi della Lega] e dove siamo arrivati. Siamo partiti da una situazione dove l’Italia si era fatta scavalcare dalla Francia, perché questo è oggettivo. […] La Francia, che ha il suo cortile che è il corno d’Africa e qualche altra realtà, è andata nel nostro cortile, che è la Libia. E l’errore di politica internazionale che abbiamo fatto noi è lasciare che qualcun altro venisse a razzolare nel nostro cortile.” 
Capito adesso? La scuola di formazione sui temi della politica estera della Lega sfodera una serie di termini brillanti e originali per descrivere le dinamiche internazionali. Avevate mai sospettato che la Libia fosse il vostro ‘cortile’? Ma che meraviglia, che sottigliezza, che ricchezza di termini e significati! La Francia ha invaso gli interessi dell’Italia andando a bombardare nel nostro cortile. Direi, di conseguenza, e cercando di interpretare la logica dell’esperto—so che non sono qualificato e mi scuso se mi permetto di andate avanti—, l’Italia dovrebbe (a) bombardare il cortile della Francia per via della famosa legge cardine della politica leghista, quella del taglione, oppure, con mossa spavalda e agendo di sorpresa, (b) bombare direttamente la Francia. Chissà che non imparino una volta per tutte con chi hanno a che fare! 
Ecco, invece la Lega Nord vota una mozione per cercare di impedire che l’Italia si unisca alla missione in Libia. E per quale ragione, penserete? A seguito della finissima analisi e accurata ricostruzione dei fatti da parte dell’esperto Mr Tosi, penso che l’unica occupazione della lega sia quella che loro chiamano “emergenza umanitaria”, vale a dire l’immigrazione.
Non penso ci sia bisogno di ulteriori commenti, a parte il fatto che il centro di formazione di politica estera della Lega—ammesso che esista—pare più squola che scuola.

Two Ideas for the Democratic Party

Riporto qua sotto un brevissimo commento che ho mandato al Democratic Party (United States), stimolato da una loro email. Ci si prepara alle presidenziali dell'anno prossimo e il partito chiede ai comitati di base e ai volontari di condividere le proprie idee/opinioni con i vertici.
Avendo partecipato alla campagna che ha portato alla elezione di Mr Obama, ricevo news e messaggi. Non so bene cosa faranno di quanto scrivo qua sotto ma spero possa essere uno spunto per il dibattito.

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There are too many ideas I would like to share. I do not want to waste your time and focus on just two. What follows is just a very short summary of my thoughts. Please contact me if you believe, as I do, these to be priorities.

1. It is time to resurrect the NAFTA. The agreement is not working. One of the things that we have learned from the economic crisis is that the U.S. cannot get out of it all by itself. One of the alternatives that are available today is that of obtaining control over international relations that affect economy, trade, and financial markets. Extensive freedom of movement for goods, services, people, and capitals with Canada and especially Mexico could help the economy find the increase in productivity and efficiency that is needed. This could not be done in one or two years. A detailed and well defined timeline is needed, to help partners (Mexico in particular) get ready for a greater and more powerful unified North American market. In doing so, a sort of "Marshall Plan" for Mexico (and for depressed areas in North America) is needed. An economically developed Mexico could help the U.S. in many ways. For example, it could (a) dramatically reduce immigration flows, (b) provide a safer and larger economic market for our companies, (c) help re-establish economic leadership, and (d) reduce illegal drugs trade from the South.  Maybe, it is also time to change the name NAFTA into something more appealing and appropriate to these new goals; what about the North American Union? The U.S. needs to think of its future role in the world and start building it while it still has some power and influence left.

2. Due to recent attacks to basic human rights from Republicans all over the country, I believe that a top priority for the Democratic Party is to push for more compelling legislation on unions. The U.S. should ratify international conventions on laborers' rights, including the one from the International Labor Office (ILO) that proclaims the four fundamental rights of workers. The U.S. signed the convention but never ratified it. This allowed State legislators to trash union rights, even in those states where progressive legislation has a very long and well-established tradition (e.g., Wisconsin). Ratification of international conventions make it impossible to Republican State governors to throw workers rights away. This has become a top priority because it is, at its very end, an attempt to create a newly poor and voiceless class, despite the growing power of corporations and their advocates. It is time to stop Republicans to increase the divide between the poors and riches in America. The first step is to restore basic and fundamental human rights.

Thank you for reading.