Thursday, October 13, 2022
Avanti!
Tuesday, April 26, 2022
La valutazione dell'impatto in accademia
La maggior parte delle università europee sono pubbliche. Questo significa che sono controllate direttamente o indirettamente dallo Stato e dunque sono soggette ai regolamenti del Ministero competente. Da qualche tempo i sistemi nazionali valutano la ricerca con il duplice obiettivo di attribuire i fondi secondo dei criteri di merito (pseudo-oggettivi) e di comprendere meglio la tipologia di attività che sono portate avanti nel settore. In questo breve post non mi soffermerò sui criteri di valutazione in generale—per citare un aspetto critico su tanti, molti ministeri usano delle famigerate "liste" delle riviste accademiche—ma su di una tendenza che è emersa recentemente. Mi riferisco alla valutazione di impatto della ricerca. Vale a dire che i sistemi nazionali hanno iniziato a chiedere che i docenti universitari dimostrino che la propria attività abbia avuto un effetto sulla società e/o sull'economia. Si tratta di una valutazione di esternalità positiva, probabilmente, derivante dall'applicazione di un concetto, teoria, brevetto, o altro, da parte di soggetti esterni alle università.
Quando non si riflette sul significato che questa valutazione comporta, mi pare che si possa dire che si tratta di un aspetto positivo. Soprattutto i non-accademici e tutti coloro i quali non hanno familiarità con i lavori delle università hanno, in generale, un atteggiamento positivo rispetto a questa nuova tendenza. Di fatto, si tratta di una valutazione di rilevanza socio-economica, se si vuole, del lavoro universitario. Una rilevanza esterna che, a detta di molti, costituisce uno dei problemi delle università pubbliche europee. "Finalmente anche gli accademici devono dimostrare quale sia il contributo del proprio lavoro!" alcuni (anche tra i colleghi) potrebbero aver esclamato.
Tuttavia, cosa significa veramente una valutazione di impatto della ricerca? Ho il sospetto che si tratti di un riflesso del cambiamento radicale del ruolo delle università. Pensiamo alla ragione principale del fatto che le università siano enti pubblici. Sono istituti di educazione e dunque organizzazioni nelle quali le "giovani menti" formano le proprie competenze e identità, imparano a confrontarsi con un mondo del lavoro in continuo cambiamento e soprattutto diventano avvezzi ad una forma mentis critica, essenziale per l'adattamento alle condizioni future. Queste sono funzioni essenziali per consentire alla forza lavoro di essere in linea con le esigenze del presente e dell'immediato futuro. Ecco, pertanto, che un primo impatto potrebbe essere rilevato in queste attività accademiche. Anzi, probabilmente, si tratta delle attività principali che garantiscono un essenziale effetto sociale ed economico del lavoro accademico. Ma gli Stati nazionali non sono interessati alla valutazione dell'insegnamento in questo modo. L'impatto di cui si parla è legato alle attività di ricerca.
La seconda ragione sottostante il finanziamento pubblico delle università risiede proprio nel fatto che la ricerca potrebbe non avere alcun impatto immediato. Infatti, se la ricerca è applicata e profittevole di solito viene condotta in una impresa o vi sono interi settori economici che vi potrebbero investire. Ciononostante, potrebbe accadere (e spesso accade) che la ricerca condotta nelle università abbia delle esternalità positive. Ma pensare che l'unica ricerca di rilievo sia quella con un impatto immediato significa rinnegare la ragione stessa di esistenza delle università. Non voglio fare esempi di ricerca apparentemente irrilevante che poi si è manifestata in tutta la sua utilità decenni o secoli dopo. Ora, legare il finanziamento delle università all'impatto "attuale" della ricerca significa minare la sostenibilità della ricerca di base. Si tratta di una mossa che tende a negare la possibilità che, allo stato attuale, le conoscenze non siano tali da comprendere cosa possa essere rilevante in un futuro più o meno lontano. Si tratta, in altri termini, di negare alcune possibilità di crescita e sviluppo.
Ho sempre pensato che l'effetto pubblico immediato dell'insegnamento compensasse il fatto che la ricerca potesse non avere un effetto a breve termine. Probabilmente mi sbagliavo: l'apprezzamento delle sinergie e compensazioni di un sistema non rientrano nel modo di riflettere di una mente ministeriale burocratica.
È difficile stimare l'entità del danno che questo modo di valutare la ricerca potrà avere nel medio-lungo periodo. Non è difficile constatare, purtroppo, che si tratta dell'ennesima applicazione del miope "new public management", una corrente di pensiero orientata ad equiparare la valutazione della "performance" del pubblico a quella del privato. Insomma, una oscenità intellettuale che tanti danni ha causato fino ad ora. La valutazione dell'impatto della ricerca è l'ennesima estensione di questo approccio.
Speriamo si riesca a capire in fretta su quale fronte investire per consentire che la ricerca di base[1] non muoia definitivamente, ipotecando il futuro delle nostre società.
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[1] Includo anche lo spettro delle materie umanistiche (esp. filosofia, letteratura, linguistica, storia, etc.) in questo concetto.
Wednesday, August 28, 2019
Risposta a Carlo Calenda
Sono iscritto nella mailing list di Siamo europei (SE), un gruppo istituito da Carlo Calenda che cerca di stimolare il dibattito della sinistra (in special modo, del PD) sulla centralità dei temi dell'Unione Europea.
Da qualche tempo a questa parte, dopo le elezioni europee, SE si è concentrato su questioni di politica nazionale, in modo quasi inspiegabile, devo ammettere. Alla ultima decisione — errata, secondo me — del fondatore Carlo Calenda di lasciare il Partito Democratico, ho risposto come segue.
Saturday, July 6, 2019
La sinistra danese anti-immigrazione
Come descritto nel post precedente, il sistema politico danese si basa su due coalizioni, quella della sinistra, il blocco rosso (rød blok), e quella dei conservatori, il blocco blu (blå blok). All'esterno di queste due coalizioni, vi sono i partiti dell'estrema destra e dell'estrema sinistra.
È ormai noto che le sinistre hanno vinto le elezioni, spodestando il gabinetto precedente che governava con l'infausto sostegno dell'estrema destra. Secondo la versione dei fatti maggiormente in auge, il partito di maggioranza relativa di sinistra, chiamato Socialdemokratiet, avrebbe vinto le elezioni grazie ad una politica molto dura sull'immigrazione. In molti hanno paragonato le loro posizioni a quelle della destra estrema.
Capisco che la retorica di destra voglia fortemente che questa interpretazione sia quella corretta, in modo da dimostrare come la maggioranza dell'opinione pubblica abbia ormai interiorizzato la loro retorica di criminalizzazione dell'immigrato. Chiaramente, questa posizione sarebbe ancora più solida qualora anche gli elettori di sinistra — tradizionalmente più inclusivi, quando si parla di diversità — sembrassero convenire che il problema richieda misure drastiche. Niente di più sbagliato, almeno nel caso delle elezioni danesi.
Sebbene sia purtroppo corretto riscontrare che Socialdemokratiet abbia sostenuto una visione radicale sull'immigrazione, non è affatto vero che questo fattore abbia contribuito alla loro vittoria. Al contrario, la percentuale di voti è calata di uno 0,4% rispetto alle elezioni precedenti, attestandosi al 25,9%. Il numero di parlamentari è invece salito di uno, come dimostra il grafico qua sotto, in virtù dei rapporti con gli altri partiti.
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| Fonte: https://www.dr.dk/nyheder/politik/resultater/folketingsvalg |
In altre parole, la coalizione di sinistra ha potuto vincere per via del successo dei due partiti del blocco che si posizionano alla sinistra di Socialdemokratiet. Come possibile osservare sempre nello stesso grafico, Radikale Ventre (B) e Socialistisk Folkeparti (SF) hanno aumentato il numero di parlamentari di ben 8 e 7, rispettivamente.
Dunque, ricapitolando, il partito di sinistra con una politica dura sull'immigrazione è anche quello più grosso nella coalizione rossa. Di solito, questo partito ha sempre riportato delle percentuali abbastanza simili nelle varie tornate elettorali nazionali. I due partiti della sinistra radicale e socialista — entrambe più tradizionalmente legate agli ideali di integrazione e tutela della diversità e dunque pro-immigrazione — hanno riscosso un significativo successo e garantito il successo della coalizione. Ergo, la linea dura sull'immigrazione non ha portato voti alla sinistra.
[Il post è chiuso e, tuttavia, vorrei segnalare che la destra moderata si è radicalizzata in Danimarca, con effetti devastanti per quanto riguarda il dibattito politico. Il partito di maggioranza relativa del blocco blu, Venstre, ha di fatto preso i voti di una larga parte dell'elettorato di quella destra estrema che ha perso le elezioni. Dunque, gli entusiasti di una linea dura sull'immigrazione esistono, ma non si trovano a sinistra!]
Tuesday, July 2, 2019
Elezioni in Danimarca: quale partito avrei votato
Sebbene ci sarebbe molto da dire su questa stortura, figlia di una concezione basata essenzialmente sul primato etnico nazionale invece che su di un principio democratico e di equità, vorrei invece presentare la mia dichiarazione di voto: Se avessi avuto il diritto di poter esprimere la preferenza, per chi avrei votato?
Il sistema partitocratico danese presenta essenzialmente due blocchi, quello rosso e quello blu. Il primo (quello rosso) raggruppa partiti tradizionalmente legati alle varie correnti della sinistra mentre il secondo (quello blu) individua i partiti popolari e conservatori neo-liberisti. Al di fuori di questi due blocchi, si collocano i partiti dell'estrema destra neo-fascista, come il Dansk Folkeparti, equivalente alla Lega italiana, il Nye Borgerlige, un partito anti-EU, e lo xenofobo e anti-islam Stram Kurs.
Il governo uscente del blocco blu presentava una maggioranza zoppa, vale a dire che la coalizione non aveva una maggioranza parlamentare ma si reggeva sul supporto "esterno" del partito neo-fascista Dansk Folkeparti. Nel sistema danese il partito che ottiene la maggioranza dei voti nella coalizione (il blocco) esprime il primo ministro. Tramite accordi con i partiti di minoranza appartenenti alla stessa coalizione di governo, il blocco esprime i vari ministri.
Fin dall'inizio del 2019, sembrava chiaro che il governo uscente non sarebbe riuscito a rinnovare il mandato. In queste circostanze, la leadership del partito di maggioranza relativa del blocco rosso, Socialdemokratiet, avrebbe ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo. Per ragioni sicuramente discutibili ma dirette ad attrarre parte dell'elettorato di destra, Socialdemokratiet aveva iniziato da tempo una trasformazione dei propri principi fondatori, arrivando persino ad avere posizioni molto critiche sull'immigrazione — posizioni simili a quelle del partito neo-fascista Dansk Folkeparti, pertanto inaccettabili da chiunque abbia un minimo di umanità. Il problema, dunque, per un elettore di sinistra diventava quello di trovare il modo di limitare la deriva di un governo diretto da Socialdemokatiet. Le opzioni che si presentavano erano sostanzialmente due: la sinistra radicale, Radikale Venstre, e i socialisti/verdi di Socialistisk Folkeparti.
Come ci si può immaginare, una volta escluso il partito di maggioranza, la scelta sarebbe dovuta essere quella di un partito capace di limitare la deriva destrorsa e spingere su posizioni di una sinistra progressista moderna. Queste si configurano nei principi di equità, solidarietà, sussidiarietà, sostenibilità e internazionalismo. Tra i partiti del blocco, solo Socialistisk Folkeparti sembra rispettare la maggioranza di questi principi.
Thursday, May 9, 2019
Un reddito di esclusione
Tuttavia, quello che ci si dimentica spesso di ricordare è che le misure sociali non sono esclusivo appannaggio della sinistra. Infatti, esse sono state presenti anche durante i regimi totalitari di destra, nel senso che, per esempio, sia il nazismo tedesco che il fascismo italiano si sono storicamente definiti come nazionalsocialisti. Questo ha comportato che vi fossero delle misure introdotte durante il ventennio e rivolte, per esempio, a sostegno delle famiglie prolifiche o alle famiglie degli operai. In realtà, molti hanno indicato come le politiche sociali del fascismo fossero orientate alla gestione del consenso più che ad alleviare eventuali disequilibri. Infatti, alcuni notano che spesso si trattava di misure attuate con alta discrezionalità (dunque non eque) sulla popolazione.
Il punto che sto cercando di portare avanti in questo breve post è quello di sostenere che i criteri di selezione della fascia di popolazione alla quale la misura si riferisce determina la valutazione sulla pertinenza politica della manovra. A questo proposito, sembra che l'attuale reddito di cittadinanza così come introdotto dal governo Lega-Cinque Stelle non venga distribuito a tutti coloro i quali rispettino determinate caratteristiche, dunque secondo un criterio di status civile. Al contrario, pare che i non italiani (chiamati immigrati dal governo, per sottolineare che si tratta di persone "diverse") siano esclusi a priori, nonostante abbiano uno status tale da poter chiaramente rientrare nei criteri di selezione.
Questo elemento definisce il reddito di cittadinanza come un reddito di esclusione perché viene utilizzato fondamentalmente per distinguere i bisognosi italiani dai bisognosi "stranieri". È un modo per incrementare la discriminazione piuttosto che per ridurla. Di fatto, il reddito di cittadinanza rientra nella fattispecie della misura sociale nazionale, laddove l’aggiunta di questa specificazione — di questa qualifica — lo fa rientrare nella categoria delle misure di sostegno sociale di destra (nemmeno tanto moderna).
Affinché la stessa misura sia catalogabile come "di sinistra" o, se si preferisce, come "socialista", occorre che lo status del residente sia considerato come criterio primario, con indifferenza rispetto all'afferenza o meno ad uno Stato nazione come l’Italia. Un esempio di un criterio simile può essere il caso del sussidio allo studio elargito dallo Stato danese a tutti gli studenti in Danimarca, a prescindere dalla loro provenienza.
Dunque, alla domanda se il Movimento 5 Stelle sia un movimento di sinistra o meno io non saprei cosa rispondere, ma alla domanda se il reddito di cittadinanza sia una politica di sinistra, sarei portato a rispondere negativamente e dire che è uno strumento per imporre una discriminazione tipica della più bieca destra nazionalista. I socialisti dovrebbero indignarsi!
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* Intendo, in questo caso, fare riferimento alle einaudiane parità delle condizioni di partenza.
Friday, May 27, 2016
La mia destra è meno destra della tua
L'altro giorno mi sono imbattuto in questa immagine. Apparentemente il partito di estrema destra danese (DF, Dansk Folkepartis) ha tappezzato la città con manifesti simili a questo. La scritta recita "La nostra Danimarca – abbiamo così tanto che dobbiamo stare attenti" (o qualcosa del genere).
I danesi sottovalutano il DF e pensano che sia meno fascista degli altri partiti di estrema destra che circolano in Europa al momento. All'inizio ho pensato fosse una tendenza danese; le persone sono, in media, molto cortesi e pensare a DF come qualcosa di "meno estremo" di quello che è in realtà fosse un modo per essere cortesi verso di loro. Come quando un collega ti fa un torto e tu non glielo fai notare per quieto vivere. In verità, lo stesso fenomeno è presente anche in Italia o in Gran Bretagna. Anche gli italiani — in specie quelli del Nord — hanno sempre sottovalutato la Lega e pensato fosse "meno estrema" di partiti simili in Austria o Francia. Idem per gli inglesi che considerano UKIP (il partito indipendentista) un fenomeno tutto sommato accettabile, nonostante i toni apertamente razzisti à la Lega.
Penso sia il caso che i danesi si sveglino dal torpore: DF è un partito di estrema destra. Quel che colpisce del manifesto non è la scritta per se, con il messaggio diretto agli immigrati. La fotografia è particolarmente indicativa del target del loro elettorato, cioè 'working class,' e 'average low-income family'. Per chiunque abbia passeggiato per Copenhagen o per la maggior parte delle periferie e cittadine danesi, il messaggio è particolarmente divisivo perché la varietà di etnie e culture è davvero evidente. Ma questo è il gioco, e cioè creare un senso di esclusività e di possesso unito alla potenziale sensazione di deprivazione di questi possedimenti esclusivi. È come se il manifesto parlasse: "Attenzione, la 'danesità' è a rischio! 'Noi' (le famiglie come quella nella foto) siamo assediati e dobbiamo difenderci!"
Come molti cercano di indicare, da un lato, non pare ci siano particolari problemi di convivenza tra le diverse etnie e culture presenti in Danimarca. Dall'altro lato, il paese — come molti altri in Europa — dipende dall'immigrazione per garantire funzionamento all'economia e agli equilibri sociali (per esempio le pensioni). Questo è accentuato in Danimarca per via del fatto che il paese è piccolo e abbisogna di un numero adeguato di lavoratori che paghino il loro 40%-60% di tasse. E questi sono argomenti che fanno appello alla logica e all'utilitarismo. Il problema vero è che il messaggio è insensato da una prospettiva più fondamentale, quella dei diritti. Infatti, il manifesto è apertamente razzista al punto che persino il cane è stato scelto di un colore adeguato ad un paese scandinavo! È tollerabile un partito con proclami apertamente razzisti nell'Europa del XXI Secolo?
Scrivo della Danimarca ma, in realtà, ho in mente quanto accade in tutta Europa. Abbiamo appena scampato il rischio che un pericoloso fascista fosse eletto come presidente austriaco. Non mi piace lanciare degli ammonimenti ma il referendum britannico sull'Unione Europea rischia di gettare l'intero continente in una seconda crisi. E questa volta la situazione potrebbe essere drammatica, al punto da provocare una rinascita del 'fascismo governativo' (intendo che potremmo avere governi di estrema estrema in paesi europei con un certo peso economico e politico). I partiti di estrema destra non sono da sottovalutare perché hanno un'attrattiva sui ceti sociali più deboli. Caratterizzare certi partiti — ad esempio DF — come 'non proprio fascisti' determina nei cittadini la convinzione che, tutto sommato, le loro posizioni sono legittimamente accettabili. E questo sta già accadendo in tutto il Continente. Dobbiamo davvero aspettare che il razzismo e la chiusura geografico-economica diventi legge dello Stato per iniziare a preoccuparci?
Fine.
P.S. Uso 'fascista' come sinonimo di 'estrema destra' anche perché, in Europa, non mi pare ci siano le circostanze per differenziazioni di sorta. Inoltre, il 'fascismo' o l'essere 'fascista' non significa aver vissuto il ventennio italiano ma sposare una particolare ispirazione per l'organizzazione dello Stato e della vita sociale in genere. Penso sia l'ora di gettare qualunque sorta di 'purismo' pseudo-intellettuale e chiamare le cose per quel che sono.
Friday, March 8, 2013
Alza la testa!
Ora, se di giornalismo si tratta, a me pare sia un giornalismo urlato, gridato, proclamato. L'interesse del cittadino Ricca pare sia quello di sputare delle verità (presunte o reali) in faccia ai malcapitati di turno. Non si tratta di instaurare un contraddittorio o di ottenere dei commenti o delle risposte che, tutto sommato, paiono secondari rispetto ai vari proclami. Ad essere sincero, molti dei punti toccati sono assolutamente sacrosanti. È tutto il contorno che, francamente, non lo è.
Inoltre, con estremo rammarico devo ammettere che un effetto collaterale e grottesco di questo video è che, per la prima volta, il giornalista Mediaset Paolo Liguori sembra quasi abbia delle esternazioni che paiono sensate... assurdo! Est modus in rebus? Forse sì…
Una nota a margine. Presentarsi come 'cittadino italiano' include qualunque altra professione o caratterizzazione personale. Chiaramente, il riferimento rimanda al fatto che le questioni poste siano quelle di interesse generale (cioè di tutti i cittadini). Ma questo non è forse un poco pretenzioso? Sicuramente ci sono dei cittadini che si riconoscono in queste domande e nei proclami di Piero Ricca. Tuttavia, ci sono anche altri cittadini – nel bene e nel male, una maggioranza dei cittadini italiani come le recenti elezioni dimostrano – che potrebbero non condividere lo stile, le grida, le domande.
Io non sono interessato a partecipare in questa 'guerra di Piero', sono sempre stato un pacifista. Oppure, e visto che vivo all'estero, sono forse solo un vigliacco. Ma non ho alcuna verità facile in tasca. Ho solo dubbi, come sempre.
Tuesday, April 10, 2012
La spinelliana linea del progresso
Il video è davvero emozionante, soprattutto per chi abbia conosciuto Spinelli attraverso i suoi scritti. Questo filmato in particolare poi, non lo avevo mai visto prima. In un passaggio, Spinelli cita uno dei messaggi fondamentali del Manifesto di Ventotene (1941). Questo passo, peraltro molto usato dai federalisti europei, recita:
"la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale"Il testo è disponibile online http://www.altierospinelli.org/manifesto/it/manifesto1943it_it.html per chi ne volesse prendere visione (beh, rinfrescare la memoria, a giudicare da chi legge il blog!). Come mai sto scrivendo su questo intervento di Spinelli? Perché, immagino, non sono sicuro che la "linea di divisione", così come presentata nel manifesto e nell'intervista sia ancora attuale.
Non è forse ormai quasi banale vedere che, in tutta Europa, i progressisti ritengono una unione europea quale componente fondamentale e positiva della vita politica contemporanea? E non è altrettanto chiaro che i conservatori invece sono sempre loro, i nazionalisti, e gli ultra-nazionalisti? Tuttavia, a me sembra che nella politica europea contemporanea non ci sia solo questo. Forse c'è una questione preliminare da chiarire. E cioè, esiste un ideale di unione europea, da un lato, ed esiste la Unione Europea, dall'altro. Intendo dire che l'ideale di una Europa unita potrebbe essere diverso dall'attuale Unione, così come la conosciamo. Anche questa è una banalità ma si risolve in una complicazione di quanto affermava Spinelli. Intendo dire che è possibile essere "progressisti" e in favore di una unificazione europea ma, nello stesso tempo, essere contrari all'Unione Europea così come la conosciamo. E questo cosa sarebbe? È forse reazione mascherata da progressismo oppure idealismo allo stato puro? La "linea" di Spinelli passa per l'attuale UE oppure può esistere a prescindere?
Ho delle idee in proposito e magari scrivo un secondo post sull'argomento. Il messaggio che tenevo a sottolineare è che se uno degli assiomi fondamentali del federalismo europeo (forza motrice dell'integrazione) viene messo in discussione e necessita una ridefinizione, davvero a me pare che il "federalismo" militante come lo abbiamo conosciuto sia morto. Ammesso che sia utile farlo, per resuscitarlo occorre uno sforzo che non dipende esclusivamente dai singoli e necessita l'abbandono di gran parte della ideologia del passato (inclusa la parola stessa di "militante" e la forma organizzativa e di lotta politica).
Wednesday, October 19, 2011
Una nota sugli scontri
Monday, October 3, 2011
Come liberarsi degli altri
Wednesday, September 28, 2011
Crisi? Crisi!
Saturday, September 10, 2011
Event Finance
Sunday, September 4, 2011
Storie di libri
- Quando un prodotto non vende, il prezzo dovrebbe calare, in modo da renderlo più appetibile e incrementarne le vendite. In questo modo, lo si rende accessibile, nel caso in cui il prezzo iniziale sia molto alto. Per esempio, un libraio dimezzerebbe il prezzo di un romanzo, le cui copie rimangano invendute sugli scaffali per 12 mesi. Qualora questo non avvenisse, si avrebbero almeno due risultati. Il primo è quello di scoraggiare l’acquisto; a volte si è disposti a spendere €5.00 ma non €10.00 per un romanzo che non sia un best-seller. Il secondo è quello di rendere più difficili le vendite per i librai; questo ovviamente ha ripercussioni sulla catena di fornitura e dunque sull’intero settore.
- Un prodotto indesiderato o del quale non si percepisce il bisogno, se offerto ad un prezzo stracciato, potrebbe venire comprato. Che cosa me ne faccio del libro Selected Writings di Joan Robinson? Non è il mio campo, non ho tempo di leggerlo e non immagino che mi possa servire in qualche modo. Ma ecco che sulla copertina leggo che il prezzo è $0.50. “Beh” mi dico “certo che prima o poi, magari, potrei anche leggerlo…” Ovviamente lo ho comprato e ho letto qualche pagina!
- Quanto ho scritto nel punto precedente mi è capitato (forse troppo) spesso. Alcuni libri acquistati a poco prezzo sono ancora lì che aspettano di esser letti. Ma questo è un’altro punto importante: il libro è un investimento! Non è necessario che l’acquisto venga letto immediatamente, il libro diventa parte delle potenzialità di lettura, del fatto di avere una scelta di lettura, consultazione, studio, ricerca, altro. Il prezzo di copertina e gli sconti (anche e soprattutto stracciati) consentono ad una persona di aumentare sensibilmente la propria dotazione che, in ultima istanza, è una dotazione di conoscenza.
- Uno degli effetti della legge potrebbe essere quello di una diminuzione generalizzata dei prezzi di copertina dei libri. Posto che i successivi sconti non potranno superare il 15%, un libro oggi venduto a €30.00 potrebbe essere prezzato a €20.00 e ridotto successivamente a €17.00. Immaginate però che il libro, in copertina rigida, sia “Il codice Da Vinci” di Dan Brown. Si tratta di uno di quei casi in cui è facile prevedere un blockbuster book in Italia, così come avvenuto nel resto del mondo. In questo caso, sarebbe sensato vendere il libro a €20.00? Pensate che la casa editrice rinuncerebbe a €10.00 per libro? E allora, una volta fissato il prezzo a €30.00, l’unica riduzione possibile sarebbe quella a €25.50. Wow! In questo caso, il sottoscritto non avrebbe mai comprato il libro. Quando lo comprai, infatti, lo pagai l’equivalente di €6.00. Non avrei speso un centesimo di più. Ma ciò che a me pare più rilevante è che ci sono “ondate” di acquisto che garantiscono profitti nel lungo periodo e per lo stesso volume per case editrici e librerie. Senza sconti significativi “di mercato” cade questa ulteriore fonte di profitti. Dunque, il risultato è duplice: meno lettori e meno profitti.
(*) Ecco un elenco succinto di possibili concause: (1) inadeguato sostegno all’educazione, cultura, ricerca; (2) l’Italia è il più vecchio tra i paesi europei (il 24.4% della popolazione ha meno di 25 anni, contro la media europea di 28.6% e il 19.7% di anziani over 65, contro il 16.8% della media EU27); (3) l’italiano con una laurea è raro come il quadrifoglio (nella classe d’età 25-40, solo il 16% ha una laurea e nella classe over 40, il 10%; la media EU27 è rispettivamente di 27.5% e di 19.8%, con i seguenti picchi degli Stati “simili” per dimensione: DE, ca. 24%; FR, 36.7% e 18.5%; UK, 34.7% e 28.1%; ES, 37.2% e 21.5%). Fonte e altri dati disponibili: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-77-07-296/EN/KS-77-07-296-EN.PDF
Thursday, June 23, 2011
Teorema della sensatezza
Può darsi caso che ci si imbatta in discussioni o circostanze nelle quali non si abbia una opinione precisa da esprimere. La conseguenza è quella di esprimere opinioni che poi, sotto vaglio più attento, vadano riformulate, aggiustate, modificate, persino contraddette! Come fare? Onde evitare queste penose eventualità, esiste un metodo sperimentale. Purtroppo non si è avuto ancora modo di verificarne la tenuta nella pratica di un dibattito politico, ma autorevoli fonti e simulazioni matematiche portano a pensare che i risultati siano garantiti. Il metodo compare sotto la forma di un teorema, il "teorema della sensatezza". Come funziona? Semplice, basta legge l'enunciato:
Teorema. Una opinione politica ha senso nella misura in cui si colloca all'opposto di qualunque commento, opinione, idea, suggerimento o azione che provenga dalla classe dirigente del partito politico Lega Nord.
Seguono alcuni suggerimenti per l'uso. Prendete una posizione qualunque. Non è necessario che sia recente, potete pescare tra le strabilianti posizioni che la Lega aveva assunto negli anni '90 quando, per intenderci, se la prendevano con quelli che loro chiamano "terroni" o "meridionali". Ma non ci formalizziamo, qualunque opinione leghista va sempre bene. Dunque, si prenda una posizione della Lega a caso, per esempio "I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord" (frase di Umberto Bossi, 2008, legata alla scuola pubblica; http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200807articoli/34957girata.asp). Ecco alcuni modi per collocarsi all'opposto, dal più semplice al più articolato (aggiunte in grassetto; tra parentesi il metodo di rovesciamento utilizzato):
- I professori meridionali non tolgono lavoro a quelli del Nord (rovesciamento per negazione)
- I professori meridionali lavorano insieme ad a quelli del Nord, in uno spirito di unità nazionale! (r. per cooperazione)
- Alcuni professori meridionali tolgono lavoro a quelli del Nord, che, a loro volta, dovrebbero andare al Sud... dovremmo interrogarci sul perché non lo fanno, invece... (r. per ritorsione)
- I professori "meridionali"... ma di cosa stiamo parlando?!? Dei meridionali di Lombardia che tolgono lavoro a quelli del nord Europa? (r. per estensione)
- I professori meridionali che tolgono lavoro a quelli del nord saranno evidentemente quelli più preparati e disposti positivamente al cambiamento: tanto di cappello! (r. per evidenza)
- La frase "i professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord" suggerisce che vi sia un diritto di sangue necessario per lavorare nel Nord Italia... Se non è razzismo questo, qualcuno spieghi cosa è, allora? (r. per implicazione)
- Se i professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord, qualcuno potrebbe spiegarmi il concetto di libero mercato, per favore? Penso di essermi perso qualcosa... (r. per incredulità)
- I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord: assolutamente! Meglio fermare questo scempio, prima che i concorsi pubblici vengano estesi a e vinti da altri stranieri che hanno miglior merito e titoli! (r. per falso accordo)
- I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del nord, quelli del Nord a quelli dell'Est, quelli dell'Est a quelli dell'Ovest; ma questo non è quanto accade negli Stati Uniti? Beh, un paese economicamente sottosviluppato, nevvero? (r. per comparazione)
Queste nove argomentazioni (altre se ne potrebbero aggiungere) fungono da "corollari applicativi" del teorema principale.
Ora cimentatevi nel tentativo di mostrare come si possa rovesciare l'argomento leghista creando qualcosa che abbia comunque un senso. Scrivete pure le vostre idee/applicazioni nei commenti a questo post. Aiutatemi a valutare il teorema della sensatezza.
Grazie. Alla prossima.
Monday, June 20, 2011
Scary Night
Lombardia 2011. Giugno. Sono sveglio ma rimango a letto. Qualcosa mi sveglia definitivamente, la voce di Claudia. È agitata. "I ladri, sono entrati i ladri". Mi tiro su dal letto come una molla, prendo un paio di pantaloni e me li infilo in fretta. Guardo in giro ma non mi rendo conto di nulla. Appena fuori, sul prato nel retro ci sono delle carte per terra. Sembra quanto può ritrovarsi all'interno di un portafogli. Claudia mi allunga il mio portafogli. I soldi sono spariti. Le carte sono ancora lì. Controllo che la Green Card sia al suo posto. Non c'è. Quasi vado nel panico, la perdita significa l'impossibilità di rientrare negli States. Subito dopo appare sul prato, come in un flash. Sospiro di sollievo. Ma la carta non vale nulla senza il passaporto! Corro allora dentro casa a controllare che il passaporto sia nella tasca anteriore dello zaino. Lo zaino. È al suo posto. Il passaporto pure. A quel punto vengo quasi congelato da una idea rapida, istantanea, confusa ma viva nell'emozione. Il mio Mac! Mi muovo velocemente ma sconnessamente verso a cucina, un occhiata rapida sul tavolo. Nulla. Né computer, né cavo.
2011. Nord Italia, area "evoluta" e ricca del paese. Può accadere che qualcuno sia così disperato da scassinare la serratura della porta di casa, entrare mentre stai dormendo, allungare le mani sul portafogli (anche se si trova sulla sedia di fianco al letto), prendere un bauletto che assomiglia al portagioie (sempre in camera da letto), portarlo in cucina e lì trovare la manna, un MacBook Pro nuovo fiammante, costato €2,500. E se ci fossimo svegliati? Mi vengono i brividi al pensiero.
Che fare? Nulla. Siamo stati a presentare denuncia. "Quante ce ne arrivano, specialmente da quella zona" ci hanno detto alla centrale. E, a meno di reati più gravi o di prove, non ci sono le risorse per perseguire i criminali.
Nonostante quanto si possa pensare, non sono i poveri disgraziati (forse mentecatti) che ci hanno derubato che occupano i miei pensieri ma il fatto che sia difficile impedire che qualcuno ti entri in casa, almeno quando tu sei dentro. Inoltre, la pressoché totale mancanza di fiducia nella probabile cattura dei malviventi è frustrante, come minimo.
Una considerazione su tutte. La Lega governa il Nord Italia---specialmente la Lombardia e il Varesotto---da quasi 20 anni. La loro propaganda politica è da sempre orientata alla sicurezza. Hanno persino creato dei gruppi di picchiatori leghisti (le cosiddette ronde) per instillare nella gente un senso di "sicurezza" alla buona. Chiaramente non si può generalizzare sulla base di un caso tuttavia è possibile porsi qualche domanda. Cosa porta, se non la disperazione, qualche disgraziato a derubare una casa nonostante la presenza degli inquilini? Come si può essere disposti a rischiare così tanto?
Secondo la locale caserma dei carabinieri ormai sono poche le case della zona escluse da questa tipologia di furto. Non solo la politica della Lega Nord è farlocca ma probabilmente, posto che hanno governato l'intero paese per quasi 10 anni, ha contribuito significativamente a creare delle sacche di poveri disperati e disgraziati che rischiano tutto pur di sopravvivere.
Dovremmo forse iniziare a porci seriamente dei dubbi su quali siano i reali intenti della Lega. E questa è l'ennesima volta.
Wednesday, May 4, 2011
Politica estera "Made in Lega Nord"
Two Ideas for the Democratic Party
Avendo partecipato alla campagna che ha portato alla elezione di Mr Obama, ricevo news e messaggi. Non so bene cosa faranno di quanto scrivo qua sotto ma spero possa essere uno spunto per il dibattito.
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There are too many ideas I would like to share. I do not want to waste your time and focus on just two. What follows is just a very short summary of my thoughts. Please contact me if you believe, as I do, these to be priorities.
1. It is time to resurrect the NAFTA. The agreement is not working. One of the things that we have learned from the economic crisis is that the U.S. cannot get out of it all by itself. One of the alternatives that are available today is that of obtaining control over international relations that affect economy, trade, and financial markets. Extensive freedom of movement for goods, services, people, and capitals with Canada and especially Mexico could help the economy find the increase in productivity and efficiency that is needed. This could not be done in one or two years. A detailed and well defined timeline is needed, to help partners (Mexico in particular) get ready for a greater and more powerful unified North American market. In doing so, a sort of "Marshall Plan" for Mexico (and for depressed areas in North America) is needed. An economically developed Mexico could help the U.S. in many ways. For example, it could (a) dramatically reduce immigration flows, (b) provide a safer and larger economic market for our companies, (c) help re-establish economic leadership, and (d) reduce illegal drugs trade from the South. Maybe, it is also time to change the name NAFTA into something more appealing and appropriate to these new goals; what about the North American Union? The U.S. needs to think of its future role in the world and start building it while it still has some power and influence left.
2. Due to recent attacks to basic human rights from Republicans all over the country, I believe that a top priority for the Democratic Party is to push for more compelling legislation on unions. The U.S. should ratify international conventions on laborers' rights, including the one from the International Labor Office (ILO) that proclaims the four fundamental rights of workers. The U.S. signed the convention but never ratified it. This allowed State legislators to trash union rights, even in those states where progressive legislation has a very long and well-established tradition (e.g., Wisconsin). Ratification of international conventions make it impossible to Republican State governors to throw workers rights away. This has become a top priority because it is, at its very end, an attempt to create a newly poor and voiceless class, despite the growing power of corporations and their advocates. It is time to stop Republicans to increase the divide between the poors and riches in America. The first step is to restore basic and fundamental human rights.
Thank you for reading.
