Wednesday, August 28, 2019
Risposta a Carlo Calenda
Sono iscritto nella mailing list di Siamo europei (SE), un gruppo istituito da Carlo Calenda che cerca di stimolare il dibattito della sinistra (in special modo, del PD) sulla centralità dei temi dell'Unione Europea.
Da qualche tempo a questa parte, dopo le elezioni europee, SE si è concentrato su questioni di politica nazionale, in modo quasi inspiegabile, devo ammettere. Alla ultima decisione — errata, secondo me — del fondatore Carlo Calenda di lasciare il Partito Democratico, ho risposto come segue.
Saturday, July 6, 2019
La sinistra danese anti-immigrazione
La comune interpretazione che la stampa italiana (e non solo) ha dato del risultato delle elezioni in Danimarca non è accurata. La ragione è, probabilmente, superficialità, in quanto la Danimarca è un paese piccolo e, di solito, non viene coperto dalle news nazionali. Oppure, il motivo può essere quello di una carenza di pensiero critico, che si manifesta nella presa di informazioni dalle fonti, senza porsi problemi sulla interpretazione. Infine, la ragione potrebbe semplicemente essere la mancanza di prospettiva, derivata dal fatto che specifiche comparazioni tra trend storici sono accessibili solo a chi conosce la lingua danese.
Come descritto nel post precedente, il sistema politico danese si basa su due coalizioni, quella della sinistra, il blocco rosso (rød blok), e quella dei conservatori, il blocco blu (blå blok). All'esterno di queste due coalizioni, vi sono i partiti dell'estrema destra e dell'estrema sinistra.
È ormai noto che le sinistre hanno vinto le elezioni, spodestando il gabinetto precedente che governava con l'infausto sostegno dell'estrema destra. Secondo la versione dei fatti maggiormente in auge, il partito di maggioranza relativa di sinistra, chiamato Socialdemokratiet, avrebbe vinto le elezioni grazie ad una politica molto dura sull'immigrazione. In molti hanno paragonato le loro posizioni a quelle della destra estrema.
Capisco che la retorica di destra voglia fortemente che questa interpretazione sia quella corretta, in modo da dimostrare come la maggioranza dell'opinione pubblica abbia ormai interiorizzato la loro retorica di criminalizzazione dell'immigrato. Chiaramente, questa posizione sarebbe ancora più solida qualora anche gli elettori di sinistra — tradizionalmente più inclusivi, quando si parla di diversità — sembrassero convenire che il problema richieda misure drastiche. Niente di più sbagliato, almeno nel caso delle elezioni danesi.
Sebbene sia purtroppo corretto riscontrare che Socialdemokratiet abbia sostenuto una visione radicale sull'immigrazione, non è affatto vero che questo fattore abbia contribuito alla loro vittoria. Al contrario, la percentuale di voti è calata di uno 0,4% rispetto alle elezioni precedenti, attestandosi al 25,9%. Il numero di parlamentari è invece salito di uno, come dimostra il grafico qua sotto, in virtù dei rapporti con gli altri partiti.
Come mostrato nella parte in basso dello stesso grafico, il partito più duro in assoluto sul fronte dell'immigrazione, il partito di estrema destra Dansk Folkeparti (O), ha visto la propria presenza in parlamento drasticamente ridotta, con un calo del 12,4%, equivalente a 21 parlamentari in meno, rispetto alle elezioni del 2015.
In altre parole, la coalizione di sinistra ha potuto vincere per via del successo dei due partiti del blocco che si posizionano alla sinistra di Socialdemokratiet. Come possibile osservare sempre nello stesso grafico, Radikale Ventre (B) e Socialistisk Folkeparti (SF) hanno aumentato il numero di parlamentari di ben 8 e 7, rispettivamente.
Dunque, ricapitolando, il partito di sinistra con una politica dura sull'immigrazione è anche quello più grosso nella coalizione rossa. Di solito, questo partito ha sempre riportato delle percentuali abbastanza simili nelle varie tornate elettorali nazionali. I due partiti della sinistra radicale e socialista — entrambe più tradizionalmente legate agli ideali di integrazione e tutela della diversità e dunque pro-immigrazione — hanno riscosso un significativo successo e garantito il successo della coalizione. Ergo, la linea dura sull'immigrazione non ha portato voti alla sinistra.
[Il post è chiuso e, tuttavia, vorrei segnalare che la destra moderata si è radicalizzata in Danimarca, con effetti devastanti per quanto riguarda il dibattito politico. Il partito di maggioranza relativa del blocco blu, Venstre, ha di fatto preso i voti di una larga parte dell'elettorato di quella destra estrema che ha perso le elezioni. Dunque, gli entusiasti di una linea dura sull'immigrazione esistono, ma non si trovano a sinistra!]
Come descritto nel post precedente, il sistema politico danese si basa su due coalizioni, quella della sinistra, il blocco rosso (rød blok), e quella dei conservatori, il blocco blu (blå blok). All'esterno di queste due coalizioni, vi sono i partiti dell'estrema destra e dell'estrema sinistra.
È ormai noto che le sinistre hanno vinto le elezioni, spodestando il gabinetto precedente che governava con l'infausto sostegno dell'estrema destra. Secondo la versione dei fatti maggiormente in auge, il partito di maggioranza relativa di sinistra, chiamato Socialdemokratiet, avrebbe vinto le elezioni grazie ad una politica molto dura sull'immigrazione. In molti hanno paragonato le loro posizioni a quelle della destra estrema.
Capisco che la retorica di destra voglia fortemente che questa interpretazione sia quella corretta, in modo da dimostrare come la maggioranza dell'opinione pubblica abbia ormai interiorizzato la loro retorica di criminalizzazione dell'immigrato. Chiaramente, questa posizione sarebbe ancora più solida qualora anche gli elettori di sinistra — tradizionalmente più inclusivi, quando si parla di diversità — sembrassero convenire che il problema richieda misure drastiche. Niente di più sbagliato, almeno nel caso delle elezioni danesi.
Sebbene sia purtroppo corretto riscontrare che Socialdemokratiet abbia sostenuto una visione radicale sull'immigrazione, non è affatto vero che questo fattore abbia contribuito alla loro vittoria. Al contrario, la percentuale di voti è calata di uno 0,4% rispetto alle elezioni precedenti, attestandosi al 25,9%. Il numero di parlamentari è invece salito di uno, come dimostra il grafico qua sotto, in virtù dei rapporti con gli altri partiti.
![]() |
| Fonte: https://www.dr.dk/nyheder/politik/resultater/folketingsvalg |
In altre parole, la coalizione di sinistra ha potuto vincere per via del successo dei due partiti del blocco che si posizionano alla sinistra di Socialdemokratiet. Come possibile osservare sempre nello stesso grafico, Radikale Ventre (B) e Socialistisk Folkeparti (SF) hanno aumentato il numero di parlamentari di ben 8 e 7, rispettivamente.
Dunque, ricapitolando, il partito di sinistra con una politica dura sull'immigrazione è anche quello più grosso nella coalizione rossa. Di solito, questo partito ha sempre riportato delle percentuali abbastanza simili nelle varie tornate elettorali nazionali. I due partiti della sinistra radicale e socialista — entrambe più tradizionalmente legate agli ideali di integrazione e tutela della diversità e dunque pro-immigrazione — hanno riscosso un significativo successo e garantito il successo della coalizione. Ergo, la linea dura sull'immigrazione non ha portato voti alla sinistra.
[Il post è chiuso e, tuttavia, vorrei segnalare che la destra moderata si è radicalizzata in Danimarca, con effetti devastanti per quanto riguarda il dibattito politico. Il partito di maggioranza relativa del blocco blu, Venstre, ha di fatto preso i voti di una larga parte dell'elettorato di quella destra estrema che ha perso le elezioni. Dunque, gli entusiasti di una linea dura sull'immigrazione esistono, ma non si trovano a sinistra!]
Tuesday, July 2, 2019
Elezioni in Danimarca: quale partito avrei votato
Qualche settimana fa si sono tenute in Danimarca le elezioni politiche nazionali. Per via di una stortura nelle varie legislazioni europee, i residenti non-danesi non possono votare. E dunque, uno si trova nell'assurda condizione di pagare le tasse nel paese di residenza ma non avere alcun diritto di influenzare il modo in cui queste vengono investite e redistribuite.
Sebbene ci sarebbe molto da dire su questa stortura, figlia di una concezione basata essenzialmente sul primato etnico nazionale invece che su di un principio democratico e di equità, vorrei invece presentare la mia dichiarazione di voto: Se avessi avuto il diritto di poter esprimere la preferenza, per chi avrei votato?
Il sistema partitocratico danese presenta essenzialmente due blocchi, quello rosso e quello blu. Il primo (quello rosso) raggruppa partiti tradizionalmente legati alle varie correnti della sinistra mentre il secondo (quello blu) individua i partiti popolari e conservatori neo-liberisti. Al di fuori di questi due blocchi, si collocano i partiti dell'estrema destra neo-fascista, come il Dansk Folkeparti, equivalente alla Lega italiana, il Nye Borgerlige, un partito anti-EU, e lo xenofobo e anti-islam Stram Kurs.
Il governo uscente del blocco blu presentava una maggioranza zoppa, vale a dire che la coalizione non aveva una maggioranza parlamentare ma si reggeva sul supporto "esterno" del partito neo-fascista Dansk Folkeparti. Nel sistema danese il partito che ottiene la maggioranza dei voti nella coalizione (il blocco) esprime il primo ministro. Tramite accordi con i partiti di minoranza appartenenti alla stessa coalizione di governo, il blocco esprime i vari ministri.
Fin dall'inizio del 2019, sembrava chiaro che il governo uscente non sarebbe riuscito a rinnovare il mandato. In queste circostanze, la leadership del partito di maggioranza relativa del blocco rosso, Socialdemokratiet, avrebbe ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo. Per ragioni sicuramente discutibili ma dirette ad attrarre parte dell'elettorato di destra, Socialdemokratiet aveva iniziato da tempo una trasformazione dei propri principi fondatori, arrivando persino ad avere posizioni molto critiche sull'immigrazione — posizioni simili a quelle del partito neo-fascista Dansk Folkeparti, pertanto inaccettabili da chiunque abbia un minimo di umanità. Il problema, dunque, per un elettore di sinistra diventava quello di trovare il modo di limitare la deriva di un governo diretto da Socialdemokatiet. Le opzioni che si presentavano erano sostanzialmente due: la sinistra radicale, Radikale Venstre, e i socialisti/verdi di Socialistisk Folkeparti.
Come ci si può immaginare, una volta escluso il partito di maggioranza, la scelta sarebbe dovuta essere quella di un partito capace di limitare la deriva destrorsa e spingere su posizioni di una sinistra progressista moderna. Queste si configurano nei principi di equità, solidarietà, sussidiarietà, sostenibilità e internazionalismo. Tra i partiti del blocco, solo Socialistisk Folkeparti sembra rispettare la maggioranza di questi principi.
Sebbene ci sarebbe molto da dire su questa stortura, figlia di una concezione basata essenzialmente sul primato etnico nazionale invece che su di un principio democratico e di equità, vorrei invece presentare la mia dichiarazione di voto: Se avessi avuto il diritto di poter esprimere la preferenza, per chi avrei votato?
Il sistema partitocratico danese presenta essenzialmente due blocchi, quello rosso e quello blu. Il primo (quello rosso) raggruppa partiti tradizionalmente legati alle varie correnti della sinistra mentre il secondo (quello blu) individua i partiti popolari e conservatori neo-liberisti. Al di fuori di questi due blocchi, si collocano i partiti dell'estrema destra neo-fascista, come il Dansk Folkeparti, equivalente alla Lega italiana, il Nye Borgerlige, un partito anti-EU, e lo xenofobo e anti-islam Stram Kurs.
Il governo uscente del blocco blu presentava una maggioranza zoppa, vale a dire che la coalizione non aveva una maggioranza parlamentare ma si reggeva sul supporto "esterno" del partito neo-fascista Dansk Folkeparti. Nel sistema danese il partito che ottiene la maggioranza dei voti nella coalizione (il blocco) esprime il primo ministro. Tramite accordi con i partiti di minoranza appartenenti alla stessa coalizione di governo, il blocco esprime i vari ministri.
Fin dall'inizio del 2019, sembrava chiaro che il governo uscente non sarebbe riuscito a rinnovare il mandato. In queste circostanze, la leadership del partito di maggioranza relativa del blocco rosso, Socialdemokratiet, avrebbe ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo. Per ragioni sicuramente discutibili ma dirette ad attrarre parte dell'elettorato di destra, Socialdemokratiet aveva iniziato da tempo una trasformazione dei propri principi fondatori, arrivando persino ad avere posizioni molto critiche sull'immigrazione — posizioni simili a quelle del partito neo-fascista Dansk Folkeparti, pertanto inaccettabili da chiunque abbia un minimo di umanità. Il problema, dunque, per un elettore di sinistra diventava quello di trovare il modo di limitare la deriva di un governo diretto da Socialdemokatiet. Le opzioni che si presentavano erano sostanzialmente due: la sinistra radicale, Radikale Venstre, e i socialisti/verdi di Socialistisk Folkeparti.
Come ci si può immaginare, una volta escluso il partito di maggioranza, la scelta sarebbe dovuta essere quella di un partito capace di limitare la deriva destrorsa e spingere su posizioni di una sinistra progressista moderna. Queste si configurano nei principi di equità, solidarietà, sussidiarietà, sostenibilità e internazionalismo. Tra i partiti del blocco, solo Socialistisk Folkeparti sembra rispettare la maggioranza di questi principi.
Labels:
Danimarca,
elezioni,
ideali,
sinistra,
Socialdemokratiet,
socialismo,
Socialistisk Folkeparti
Thursday, May 9, 2019
Un reddito di esclusione
A più riprese si sente parlare del reddito di cittadinanza come di una misura tipica di una politica di sinistra. In generale, penso che questo sia corretto, nel senso che una misura che distribuisce delle risorse a tappeto ad una fascia della popolazione indicata come bisognosa, può senz’altro candidarsi ad essere definita una una misura sociale e di sinistra. Questo, bisogna sottolineare, ammesso che i criteri per definire i beneficiari siano ben specificati, equi e ispirati a valori delle pari opportunità.*
Tuttavia, quello che ci si dimentica spesso di ricordare è che le misure sociali non sono esclusivo appannaggio della sinistra. Infatti, esse sono state presenti anche durante i regimi totalitari di destra, nel senso che, per esempio, sia il nazismo tedesco che il fascismo italiano si sono storicamente definiti come nazionalsocialisti. Questo ha comportato che vi fossero delle misure introdotte durante il ventennio e rivolte, per esempio, a sostegno delle famiglie prolifiche o alle famiglie degli operai. In realtà, molti hanno indicato come le politiche sociali del fascismo fossero orientate alla gestione del consenso più che ad alleviare eventuali disequilibri. Infatti, alcuni notano che spesso si trattava di misure attuate con alta discrezionalità (dunque non eque) sulla popolazione.
Il punto che sto cercando di portare avanti in questo breve post è quello di sostenere che i criteri di selezione della fascia di popolazione alla quale la misura si riferisce determina la valutazione sulla pertinenza politica della manovra. A questo proposito, sembra che l'attuale reddito di cittadinanza così come introdotto dal governo Lega-Cinque Stelle non venga distribuito a tutti coloro i quali rispettino determinate caratteristiche, dunque secondo un criterio di status civile. Al contrario, pare che i non italiani (chiamati immigrati dal governo, per sottolineare che si tratta di persone "diverse") siano esclusi a priori, nonostante abbiano uno status tale da poter chiaramente rientrare nei criteri di selezione.
Questo elemento definisce il reddito di cittadinanza come un reddito di esclusione perché viene utilizzato fondamentalmente per distinguere i bisognosi italiani dai bisognosi "stranieri". È un modo per incrementare la discriminazione piuttosto che per ridurla. Di fatto, il reddito di cittadinanza rientra nella fattispecie della misura sociale nazionale, laddove l’aggiunta di questa specificazione — di questa qualifica — lo fa rientrare nella categoria delle misure di sostegno sociale di destra (nemmeno tanto moderna).
Affinché la stessa misura sia catalogabile come "di sinistra" o, se si preferisce, come "socialista", occorre che lo status del residente sia considerato come criterio primario, con indifferenza rispetto all'afferenza o meno ad uno Stato nazione come l’Italia. Un esempio di un criterio simile può essere il caso del sussidio allo studio elargito dallo Stato danese a tutti gli studenti in Danimarca, a prescindere dalla loro provenienza.
Dunque, alla domanda se il Movimento 5 Stelle sia un movimento di sinistra o meno io non saprei cosa rispondere, ma alla domanda se il reddito di cittadinanza sia una politica di sinistra, sarei portato a rispondere negativamente e dire che è uno strumento per imporre una discriminazione tipica della più bieca destra nazionalista. I socialisti dovrebbero indignarsi!
____________________
* Intendo, in questo caso, fare riferimento alle einaudiane parità delle condizioni di partenza.
Tuttavia, quello che ci si dimentica spesso di ricordare è che le misure sociali non sono esclusivo appannaggio della sinistra. Infatti, esse sono state presenti anche durante i regimi totalitari di destra, nel senso che, per esempio, sia il nazismo tedesco che il fascismo italiano si sono storicamente definiti come nazionalsocialisti. Questo ha comportato che vi fossero delle misure introdotte durante il ventennio e rivolte, per esempio, a sostegno delle famiglie prolifiche o alle famiglie degli operai. In realtà, molti hanno indicato come le politiche sociali del fascismo fossero orientate alla gestione del consenso più che ad alleviare eventuali disequilibri. Infatti, alcuni notano che spesso si trattava di misure attuate con alta discrezionalità (dunque non eque) sulla popolazione.
Il punto che sto cercando di portare avanti in questo breve post è quello di sostenere che i criteri di selezione della fascia di popolazione alla quale la misura si riferisce determina la valutazione sulla pertinenza politica della manovra. A questo proposito, sembra che l'attuale reddito di cittadinanza così come introdotto dal governo Lega-Cinque Stelle non venga distribuito a tutti coloro i quali rispettino determinate caratteristiche, dunque secondo un criterio di status civile. Al contrario, pare che i non italiani (chiamati immigrati dal governo, per sottolineare che si tratta di persone "diverse") siano esclusi a priori, nonostante abbiano uno status tale da poter chiaramente rientrare nei criteri di selezione.
Questo elemento definisce il reddito di cittadinanza come un reddito di esclusione perché viene utilizzato fondamentalmente per distinguere i bisognosi italiani dai bisognosi "stranieri". È un modo per incrementare la discriminazione piuttosto che per ridurla. Di fatto, il reddito di cittadinanza rientra nella fattispecie della misura sociale nazionale, laddove l’aggiunta di questa specificazione — di questa qualifica — lo fa rientrare nella categoria delle misure di sostegno sociale di destra (nemmeno tanto moderna).
Affinché la stessa misura sia catalogabile come "di sinistra" o, se si preferisce, come "socialista", occorre che lo status del residente sia considerato come criterio primario, con indifferenza rispetto all'afferenza o meno ad uno Stato nazione come l’Italia. Un esempio di un criterio simile può essere il caso del sussidio allo studio elargito dallo Stato danese a tutti gli studenti in Danimarca, a prescindere dalla loro provenienza.
Dunque, alla domanda se il Movimento 5 Stelle sia un movimento di sinistra o meno io non saprei cosa rispondere, ma alla domanda se il reddito di cittadinanza sia una politica di sinistra, sarei portato a rispondere negativamente e dire che è uno strumento per imporre una discriminazione tipica della più bieca destra nazionalista. I socialisti dovrebbero indignarsi!
____________________
* Intendo, in questo caso, fare riferimento alle einaudiane parità delle condizioni di partenza.
Labels:
esclusione,
fascismo,
reddito di cittadinanza,
socialismo
Friday, May 27, 2016
La mia destra è meno destra della tua
L'altro giorno mi sono imbattuto in questa immagine. Apparentemente il partito di estrema destra danese (DF, Dansk Folkepartis) ha tappezzato la città con manifesti simili a questo. La scritta recita "La nostra Danimarca – abbiamo così tanto che dobbiamo stare attenti" (o qualcosa del genere).
I danesi sottovalutano il DF e pensano che sia meno fascista degli altri partiti di estrema destra che circolano in Europa al momento. All'inizio ho pensato fosse una tendenza danese; le persone sono, in media, molto cortesi e pensare a DF come qualcosa di "meno estremo" di quello che è in realtà fosse un modo per essere cortesi verso di loro. Come quando un collega ti fa un torto e tu non glielo fai notare per quieto vivere. In verità, lo stesso fenomeno è presente anche in Italia o in Gran Bretagna. Anche gli italiani — in specie quelli del Nord — hanno sempre sottovalutato la Lega e pensato fosse "meno estrema" di partiti simili in Austria o Francia. Idem per gli inglesi che considerano UKIP (il partito indipendentista) un fenomeno tutto sommato accettabile, nonostante i toni apertamente razzisti à la Lega.
Penso sia il caso che i danesi si sveglino dal torpore: DF è un partito di estrema destra. Quel che colpisce del manifesto non è la scritta per se, con il messaggio diretto agli immigrati. La fotografia è particolarmente indicativa del target del loro elettorato, cioè 'working class,' e 'average low-income family'. Per chiunque abbia passeggiato per Copenhagen o per la maggior parte delle periferie e cittadine danesi, il messaggio è particolarmente divisivo perché la varietà di etnie e culture è davvero evidente. Ma questo è il gioco, e cioè creare un senso di esclusività e di possesso unito alla potenziale sensazione di deprivazione di questi possedimenti esclusivi. È come se il manifesto parlasse: "Attenzione, la 'danesità' è a rischio! 'Noi' (le famiglie come quella nella foto) siamo assediati e dobbiamo difenderci!"
Come molti cercano di indicare, da un lato, non pare ci siano particolari problemi di convivenza tra le diverse etnie e culture presenti in Danimarca. Dall'altro lato, il paese — come molti altri in Europa — dipende dall'immigrazione per garantire funzionamento all'economia e agli equilibri sociali (per esempio le pensioni). Questo è accentuato in Danimarca per via del fatto che il paese è piccolo e abbisogna di un numero adeguato di lavoratori che paghino il loro 40%-60% di tasse. E questi sono argomenti che fanno appello alla logica e all'utilitarismo. Il problema vero è che il messaggio è insensato da una prospettiva più fondamentale, quella dei diritti. Infatti, il manifesto è apertamente razzista al punto che persino il cane è stato scelto di un colore adeguato ad un paese scandinavo! È tollerabile un partito con proclami apertamente razzisti nell'Europa del XXI Secolo?
Scrivo della Danimarca ma, in realtà, ho in mente quanto accade in tutta Europa. Abbiamo appena scampato il rischio che un pericoloso fascista fosse eletto come presidente austriaco. Non mi piace lanciare degli ammonimenti ma il referendum britannico sull'Unione Europea rischia di gettare l'intero continente in una seconda crisi. E questa volta la situazione potrebbe essere drammatica, al punto da provocare una rinascita del 'fascismo governativo' (intendo che potremmo avere governi di estrema estrema in paesi europei con un certo peso economico e politico). I partiti di estrema destra non sono da sottovalutare perché hanno un'attrattiva sui ceti sociali più deboli. Caratterizzare certi partiti — ad esempio DF — come 'non proprio fascisti' determina nei cittadini la convinzione che, tutto sommato, le loro posizioni sono legittimamente accettabili. E questo sta già accadendo in tutto il Continente. Dobbiamo davvero aspettare che il razzismo e la chiusura geografico-economica diventi legge dello Stato per iniziare a preoccuparci?
Fine.
P.S. Uso 'fascista' come sinonimo di 'estrema destra' anche perché, in Europa, non mi pare ci siano le circostanze per differenziazioni di sorta. Inoltre, il 'fascismo' o l'essere 'fascista' non significa aver vissuto il ventennio italiano ma sposare una particolare ispirazione per l'organizzazione dello Stato e della vita sociale in genere. Penso sia l'ora di gettare qualunque sorta di 'purismo' pseudo-intellettuale e chiamare le cose per quel che sono.
Friday, March 8, 2013
Alza la testa!
Ritorno su questo blog dopo un lungo periodo di 'astinenza' per un commento breve su di un video che ho visto su YouTube. Si tratta di un… documentario, reportage, interviste sparse e varie? Non so davvero come definire questo video. Il video è girato intorno ad un giornalista – penso sia un giornalista anche se lui si definisce un cittadino italiano – Piero Ricca, che rincorre uomini politici, giornalisti e proclama le sue verità nelle piazze italiane. Il titolo del documento filmato è 'Alza la testa!'
Ora, se di giornalismo si tratta, a me pare sia un giornalismo urlato, gridato, proclamato. L'interesse del cittadino Ricca pare sia quello di sputare delle verità (presunte o reali) in faccia ai malcapitati di turno. Non si tratta di instaurare un contraddittorio o di ottenere dei commenti o delle risposte che, tutto sommato, paiono secondari rispetto ai vari proclami. Ad essere sincero, molti dei punti toccati sono assolutamente sacrosanti. È tutto il contorno che, francamente, non lo è.
Inoltre, con estremo rammarico devo ammettere che un effetto collaterale e grottesco di questo video è che, per la prima volta, il giornalista Mediaset Paolo Liguori sembra quasi abbia delle esternazioni che paiono sensate... assurdo! Est modus in rebus? Forse sì…
Una nota a margine. Presentarsi come 'cittadino italiano' include qualunque altra professione o caratterizzazione personale. Chiaramente, il riferimento rimanda al fatto che le questioni poste siano quelle di interesse generale (cioè di tutti i cittadini). Ma questo non è forse un poco pretenzioso? Sicuramente ci sono dei cittadini che si riconoscono in queste domande e nei proclami di Piero Ricca. Tuttavia, ci sono anche altri cittadini – nel bene e nel male, una maggioranza dei cittadini italiani come le recenti elezioni dimostrano – che potrebbero non condividere lo stile, le grida, le domande.
Io non sono interessato a partecipare in questa 'guerra di Piero', sono sempre stato un pacifista. Oppure, e visto che vivo all'estero, sono forse solo un vigliacco. Ma non ho alcuna verità facile in tasca. Ho solo dubbi, come sempre.
Ora, se di giornalismo si tratta, a me pare sia un giornalismo urlato, gridato, proclamato. L'interesse del cittadino Ricca pare sia quello di sputare delle verità (presunte o reali) in faccia ai malcapitati di turno. Non si tratta di instaurare un contraddittorio o di ottenere dei commenti o delle risposte che, tutto sommato, paiono secondari rispetto ai vari proclami. Ad essere sincero, molti dei punti toccati sono assolutamente sacrosanti. È tutto il contorno che, francamente, non lo è.
Inoltre, con estremo rammarico devo ammettere che un effetto collaterale e grottesco di questo video è che, per la prima volta, il giornalista Mediaset Paolo Liguori sembra quasi abbia delle esternazioni che paiono sensate... assurdo! Est modus in rebus? Forse sì…
Una nota a margine. Presentarsi come 'cittadino italiano' include qualunque altra professione o caratterizzazione personale. Chiaramente, il riferimento rimanda al fatto che le questioni poste siano quelle di interesse generale (cioè di tutti i cittadini). Ma questo non è forse un poco pretenzioso? Sicuramente ci sono dei cittadini che si riconoscono in queste domande e nei proclami di Piero Ricca. Tuttavia, ci sono anche altri cittadini – nel bene e nel male, una maggioranza dei cittadini italiani come le recenti elezioni dimostrano – che potrebbero non condividere lo stile, le grida, le domande.
Io non sono interessato a partecipare in questa 'guerra di Piero', sono sempre stato un pacifista. Oppure, e visto che vivo all'estero, sono forse solo un vigliacco. Ma non ho alcuna verità facile in tasca. Ho solo dubbi, come sempre.
Labels:
alza la testa,
cittadino italiano,
commento,
giornalismo urlato,
Piero Ricca,
video,
YouTube
Tuesday, April 10, 2012
La spinelliana linea del progresso
L'altro giorno un amico mi ha fatto avere il video che riproduco qua sotto. Si tratta di Altiero Spinelli in una intervista del 1985.
Il video è davvero emozionante, soprattutto per chi abbia conosciuto Spinelli attraverso i suoi scritti. Questo filmato in particolare poi, non lo avevo mai visto prima. In un passaggio, Spinelli cita uno dei messaggi fondamentali del Manifesto di Ventotene (1941). Questo passo, peraltro molto usato dai federalisti europei, recita:
Non è forse ormai quasi banale vedere che, in tutta Europa, i progressisti ritengono una unione europea quale componente fondamentale e positiva della vita politica contemporanea? E non è altrettanto chiaro che i conservatori invece sono sempre loro, i nazionalisti, e gli ultra-nazionalisti? Tuttavia, a me sembra che nella politica europea contemporanea non ci sia solo questo. Forse c'è una questione preliminare da chiarire. E cioè, esiste un ideale di unione europea, da un lato, ed esiste la Unione Europea, dall'altro. Intendo dire che l'ideale di una Europa unita potrebbe essere diverso dall'attuale Unione, così come la conosciamo. Anche questa è una banalità ma si risolve in una complicazione di quanto affermava Spinelli. Intendo dire che è possibile essere "progressisti" e in favore di una unificazione europea ma, nello stesso tempo, essere contrari all'Unione Europea così come la conosciamo. E questo cosa sarebbe? È forse reazione mascherata da progressismo oppure idealismo allo stato puro? La "linea" di Spinelli passa per l'attuale UE oppure può esistere a prescindere?
Ho delle idee in proposito e magari scrivo un secondo post sull'argomento. Il messaggio che tenevo a sottolineare è che se uno degli assiomi fondamentali del federalismo europeo (forza motrice dell'integrazione) viene messo in discussione e necessita una ridefinizione, davvero a me pare che il "federalismo" militante come lo abbiamo conosciuto sia morto. Ammesso che sia utile farlo, per resuscitarlo occorre uno sforzo che non dipende esclusivamente dai singoli e necessita l'abbandono di gran parte della ideologia del passato (inclusa la parola stessa di "militante" e la forma organizzativa e di lotta politica).
Il video è davvero emozionante, soprattutto per chi abbia conosciuto Spinelli attraverso i suoi scritti. Questo filmato in particolare poi, non lo avevo mai visto prima. In un passaggio, Spinelli cita uno dei messaggi fondamentali del Manifesto di Ventotene (1941). Questo passo, peraltro molto usato dai federalisti europei, recita:
"la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai […] lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale"Il testo è disponibile online http://www.altierospinelli.org/manifesto/it/manifesto1943it_it.html per chi ne volesse prendere visione (beh, rinfrescare la memoria, a giudicare da chi legge il blog!). Come mai sto scrivendo su questo intervento di Spinelli? Perché, immagino, non sono sicuro che la "linea di divisione", così come presentata nel manifesto e nell'intervista sia ancora attuale.
Non è forse ormai quasi banale vedere che, in tutta Europa, i progressisti ritengono una unione europea quale componente fondamentale e positiva della vita politica contemporanea? E non è altrettanto chiaro che i conservatori invece sono sempre loro, i nazionalisti, e gli ultra-nazionalisti? Tuttavia, a me sembra che nella politica europea contemporanea non ci sia solo questo. Forse c'è una questione preliminare da chiarire. E cioè, esiste un ideale di unione europea, da un lato, ed esiste la Unione Europea, dall'altro. Intendo dire che l'ideale di una Europa unita potrebbe essere diverso dall'attuale Unione, così come la conosciamo. Anche questa è una banalità ma si risolve in una complicazione di quanto affermava Spinelli. Intendo dire che è possibile essere "progressisti" e in favore di una unificazione europea ma, nello stesso tempo, essere contrari all'Unione Europea così come la conosciamo. E questo cosa sarebbe? È forse reazione mascherata da progressismo oppure idealismo allo stato puro? La "linea" di Spinelli passa per l'attuale UE oppure può esistere a prescindere?
Ho delle idee in proposito e magari scrivo un secondo post sull'argomento. Il messaggio che tenevo a sottolineare è che se uno degli assiomi fondamentali del federalismo europeo (forza motrice dell'integrazione) viene messo in discussione e necessita una ridefinizione, davvero a me pare che il "federalismo" militante come lo abbiamo conosciuto sia morto. Ammesso che sia utile farlo, per resuscitarlo occorre uno sforzo che non dipende esclusivamente dai singoli e necessita l'abbandono di gran parte della ideologia del passato (inclusa la parola stessa di "militante" e la forma organizzativa e di lotta politica).
Subscribe to:
Posts (Atom)
